Verso la guerra in Medio Oriente?

Pochi giorni fa abbiamo commentato le significative dichiarazioni del capo di stato maggiore delle forze armate israeliane, Aviv Kochavi, che inviava un messaggio forte e chiaro in merito alla possibile futura guerra con l’Iran: un avviso così esplicito faceva sperare che si trattasse in realtà più di una mossa politica che di una diretta minaccia. Sembra invece che l’alto ufficiale sapesse bene di cosa stava parlando.

L’escalation in Iraq

Gli avvenimenti delle ultime ore disegnano una pericolosissima convergenza di elementi critici: da ultimo, l’uccisione di un contractor statunitense, ha dato adito ad un serie di crescenti reazioni, culminate con un vero e proprio atto di guerra, l’uccisione in territorio iracheno del generale Qassem Soleimani, comandante delle unità di élite iraniane, decisa personalmente dal presidente Usa, Donald Trump, senza avere nemmeno informato il Congresso americano. Nell’attacco sono caduti anche Abu Mahdi al-Muhandis, il numero due delle Forze di mobilitazione Popolare, movimento shiita iracheno, nonché un esponente di spicco di Hezbollah in Libano, Muhammad al-Kawtharani, e il responsabile delle relazioni pubbliche delle forze pro-Iran, Mohammed Ridha, uno dei più alti in grado nell’organizzazione: un intervento che rappresenta quindi, oltre che un attacco diretto alla leadership iraniana, la decapitazione delle principali forze filo-iraniane nella regione.

Si tratta di un’azione che non ha precedenti nei rapporti fra Usa e Iran, una carta assai rischiosa che Trump ha giocato con ogni evidenza per motivi interni, trovandosi alla vigilia di un possibile empeachment in un anno elettorale. Non è immotivato ricordare che tutte le guerre di cui gli Usa sono stati protagonisti, dal momento della loro proiezione imperiale mondiale in poi, hanno avuto bisogno di eventi scatenanti idonei a giustificare l’attuazione di piani politici decisi da una ristretta élite dirigente: così fu per l’affondamento del Maine (guerra ispano-americana), per quello del Lusitania (Prima Guerra Mondiale), per l’attacco a Pearl Harbor (Seconda Guerra Mondiale), per l’incidente del Golfo del Tonchino (guerra del Vietnam), per l’11 settembre 2001 (intervento diretto in Medio Oriente).

La classe dirigente israelo-americana

La variabile che si è inserita in questa ordinaria linea operativa dell’imperialismo nordamericano è, come abbiamo documentato in un nostro studio1, il fatto che la politica mediorientale Usa è strategicamente dettata, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, da una classe dirigente mista di cui fanno parte autorevoli figure politiche, militari e dell’intelligence che operano contemporaneamente ai massimi livelli sia negli Usa che in Israele. Questo stretto rapporto ai vertici dei due Paesi è sottratto a qualsiasi possibile controllo democratico, grazie all’abile penetrazione culturale, ideologica e politica che alcuni settori israeliani hanno saputo realizzare negli Stati Uniti per decenni. Lungi da essere un elemento “dietrologico”, si tratta di un fenomeno avvenuto alla luce del sole, testimoniato da decine di congressi, pubblicazioni, documenti dei rispettivi governi di cui clarissa.it ha presentato i casi più evidenti.

L’altro elemento che rende possibile oggi un conflitto è rappresentato dall’Arabia Saudita, anch’esso poco conosciuto e largamente sottovalutato: il suo ruolo negli avvenimenti dell’11 settembre, nella destabilizzazione del Libano, della Siria e dello Yemen, così come dell’Afghanistan negli anni Ottanta, ne fanno una componente rilevante della politica israelo-americana in Medio Oriente. Cosa non sorprendente per un Paese caratterizzato da una direzione politica detenuta da poche famiglie legate da complessi vincoli tribali, tutte strettamente legate al mondo finanziario occidentale fino dagli anni Trenta del XX secolo, data l’importanza delle risorse petrolifere collocate in quel Paese.

Iran con le spalle al muro

La situazione dell’Iran è oggi quella di un Paese messo con le spalle al muro, che ha ripetutamente tentato di allargare il proprio spazio politico, intervenendo nel conflitto civile in Siria ed in Libano, e negli ultimi anni cercando di portare dalla propria parte quei Paesi del Golfo Persico in cui sono presenti minoranze organizzate shiite. In tal modo la situazione mediorientale è andata aggravandosi proprio per la polarizzazione, favorita dagli occidentali, fra shiiti e sunniti, storicamente non così drammatica come sta diventando.

L’Iran, dopo la conclusione dell’accordo sullo sviluppo del suo potenziale nucleare nel 2015, ha sperato di poter allentare il contrasto con le forze occidentali, in particolare rivolgendosi all’Europa, che si è mostrata come sempre assai fredda e incerta, per poi ottenere maggior sostegno da Russia e Cina, due Paesi ben consapevoli della posta in gioco. Questa difficile e sottile partita di alleanze strumentali si è giocata tutta intorno ad un singolare nemico, quell’Isis-Daesh i cui contorni reali come minaccia politico-terroristica rimangono tuttora assai labili e indefiniti. Oggi, il ruolo dell’Isis nell’area mesopotamica sembra mostrare con chiarezza lo scopo per cui queste forze “buone per ogni stagione” hanno avuto la possibilità di emergere per poi disgregarsi: contribuire alla destabilizzazione del Medio Oriente, attraverso la definitiva polverizzazione dell’Iraq e della Siria, riuscita la prima e almeno per ora fallita la seconda, grazie al supporto russo ed al consenso di cui alla fine Bashir Assad ha mostrato di poter godere nel suo Paese.

Russia, Cina e Iran

Siamo dunque alla vigilia di avvenimenti che potrebbero assumere aspetti molto drammatici, dinanzi ai quali sembra del tutto inutile invocare un ruolo europeo, poiché l’Unione Europea ha oramai perso qualsiasi autorevolezza in Medio Oriente. Prima di tutto per lo smarcamente della Francia, che si è impegnata direttamente nelle operazioni militari di contenimento dell’Iran. Poi, e soprattutto, per l’incapacità dell’Europa di assumere e mantenere posizioni autonome rispetto alla linea israelo-americana.

Sembra evidente a questo punto che solo Russia e Cina possono evitare il conflitto cui Israele si sta preparando e nel quale a questo punto lo Stato ebraico ha buone possibilità di coinvolgere gli Usa. Il problema è che Russia e Cina non possono fare altro che impedire che una possibile reazione iraniana a questo attacco sfoci in un conflitto diretto: infatti, opporsi con la forza agli Stati Uniti accanto all’Iran significherebbe rischiare un conflitto mondiale dagli esiti imprevedibili. Questo ci dà la dimensione dei rischi che stiamo correndo.

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  1. G. Colonna, Medio Oriente senza pace, Edilibri, Milano, 2009, passim. []