La vittoria di Vincenzo Vinciguerra nella battaglia per la verità sulla strategia della tensione

Sono passati giusto trent’anni da quando Vincenzo Vinciguerra pubblicava Ergastolo per la libertà (Arnaud, Firenze, 1989) e in questo trentennio sono state davvero tante le acquisizioni di fatti e documenti che hanno via via confermato quanto Vinciguerra scriveva in quel libro, avviando un lavoro di ricostruzione storica che egli ha proseguito da allora nella condizione esistenziale la più estrema possibile.

Una storiografia raramente coraggiosa

In questo lungo periodo di tempo non sono mancati lavori di buona qualità che hanno dato contributi interessanti su punti specifici della storia della strategia della tensione: ricordo, a titolo esemplificativo, il libro di Paolo Cucchiarelli Il segreto di Piazza Fontana e l’interessante studio di Giacomo Pacini, Il cuore occulto del potere (Nutrimenti, Roma, 2010), che fornisce un’interessante e oggettiva ricostruzione del ruolo dell’Ufficio Affari Riservati nelle complesse vicende del dopoguerra.

Assai meno confortante il quadro degli studi che hano tentato la ricostruzione del quadro d’insieme della strategia della tensione, vale a dire proprio quell’obiettivo che Vinciguerra ha perseguito con tenacia, lucidità e oggettività in questi tre decenni.

Pregiudiziali ideologiche, scarsa dimestichezza con la storia contemporanea nel suo insieme, uso talvolta distorto delle fonti documentali, esigenze di parte, hanno impedito e spesso tuttora impediscono per lo più agli storici contemporanei di ottenere quella serenità di giudizio e ampiezza di prospettiva senza le quali inevitabilmente si ricade nella vulgata che molteplici forze di potere hanno tutto l’interesse ad alimentare.

Il meritorio studio di Aldo Giannuli

In questo panorama complessivamente deludente, il lavoro di Aldo Giannuli, La strategia della tensione (Ponte alle Grazie, Firenze, 2018) si distingue subito, oltreché per il tentativo di inserire le vicende italiane nel quadro storico internazionale del dopoguerra, per una decisa presa di posizione dello studioso proprio in merito al ruolo che Vincenzo Vinciguerra ha avuto nel chiarire le linee strategiche lungo cui si è dipanata questa tragica e sanguinosa storia che ha segnato per sempre la storia repubblicana del nostro Paese.

Giannuli ha dimostrato, documenti alla mano, che quella di Vinciguerra è la sola interpretazione che abbia costantemente retto al confronto con tutti i documenti e le evidenze fattuali che sono emerse nel lungo corso di questi trent’anni. Non posso esimermi quindi dal riportare qui testualmente uno dei passaggi più significativi al riguardo:

Vinciguerra e i suoi erano fascisti di sinistra, assertori della vocazione sociale del fascismo, pertanto si collocavano su posizioni di «rivoluzione nazionale» ugualmente contrapposta tanto al comunismo che al capitalismo e, di riflesso, tanto al Patto di Varsavia quanto alla NATO.

(…) A valorizzare il suo apporto dalla ricostruzione di quegli anni è stato per primo [il giudice] Guido Salvini, ma va detto che dopo, tanto la Commissione stragi, quanto altre autorità giudiziarie e la produzione specialistica in materia hanno abbondantemente attinto ai suoi scritti o verbali. Oggi si può dire che non sia possibile fare una storia della strategia della tensione in Italia prescindendo dal contributo di Vinciguerra1.

Senza poter indulgere ad alcun trionfalismo, poiché questa verità storica non è ancora diventata patrimonio della coscienza collettiva, è però giunto il momento, dato che ben pochi si sono sentiti fin qui in dovere di farlo, di affermare una volta per tutte che la disinteressata battaglia di verità intrapresa da Vincenzo Vinciguerra si dimostra oggi vittoriosa.

E questo solo per l’onestà, coerenza, lucidità e impegno che l’hanno da sempre caratterizzata, a partire dal sacrificio personale che essa ha comportato per Vinciguerra: il carcere a vita. È la dimostrazione di quanto il coraggio individuale e la purezza ideale possano ancora vincere: anche nel mondo dell’oro e del compromesso.

I limiti dello studio di Aldo Giannuli

Detto ciò che andava detto, è forse utile e necessario avanzare, nei confronti del libro del Giannuli, alcune osservazioni critiche, poiché troppo spesso l’impressione è che, pur dinanzi ad una copiosa e bene organizzata mole di documenti ed informazioni, l’autore faccia poi fatica a trarre quella visione di insieme che in effetti è il requisito essenziale per comprendere da dove nasce e perché si è sviluppata, in Italia ma non solo, la strategia della tensione.

Ad esempio, Giannuli non ha raccolto un’indicazione fondamentale del lavoro storico di Vinciguerra, vale a dire l’accurata ricostruzione di quanto avvenuto, in Italia ma non solo, negli anni fra il 1943 ed il 1945: in sostanza quella guerra segreta che gli Alleati hanno condotto in modo magistrale, sfruttando le debolezze politiche e morali della classe dirigente italiana, esattamente come avevano appena fatto in Algeria con quella francese2, e in molti altri luoghi del mondo da allora in poi.

Il mancato riconoscimento di questa strategia alleata, che ovviamente né gli Alleati stessi né le classi dirigenti europee ad essi asservite hanno alcun interesse a rivendicare né sul piano storico né su quello politico, costituisce la menzogna originaria, quella che ha da allora impedito, e ancora oggi impedisce, il raggiungimento della verità fattuale.

La fine della sovranità italiana

Quando infatti, ad esempio, la vulgata corrente continua a fare riferimento alla polizia fascista, che dal regime si sarebbe infiltrata dopo la guerra nelle istituzioni democratiche post-belliche, essa finge di non sapere che questa polizia non fu mai fascista ed anzi condusse un oramai ampiamente documentato doppio gioco durante la guerra civile: nella migliore delle ipotesi per difendere le istituzioni sabaude, nella peggiore, sicuramente più diffusa, per salvare la pelle dei funzionari di medio-alto livello.

La vicenda di un Federico Umberto D’Amato (confermata da molti documenti statunitensi, pubblici ma ancora non valorizzati dagli storici conformisti) dimostra ad esempio che la rete spionistica da lui efficientemente organizzata nel ‘43-’45, con l’appoggio statunitense e britannico, utilizzò senza alcuna difficoltà e con eccellenti risultati proprio quello strategico doppio gioco di funzionari che formalmente dipendevano dalla RSI.

Ritrovare costoro tra gli operativi della strategia della tensione nel dopoguerra non può quindi ricondurci ad una strategia fascista ma a quella di uno Stato italiano controllato, nei suoi apparati fondamentali, dai vincitori atlantici.

Meno noti, ma numerosi e non meno importanti, i casi che si possono riportare con nomi e date: reparti dei servizi segreti dei Carabinieri istituzionalmente diretti dall’intelligence militare Usa; ufficiali dei servizi della Marina italiana, congedati per operare con gli americani negli Usa e riprendere poi in servizio in Italia a livelli altissimi; vecchi arnesi dell’intelligence badogliana collocati in punti cardine dei nuovi apparati Nato nell’immediato dopoguerra.

Tutto ciò mostra chiaramente che gli Anglo-americani, sia pure in competizione fra loro nel teatro del Mediterraneo, asssunsero il pieno e incontrastato controllo degli apparati informativi e di sicurezza italiani, così come delle reti stay-behind, predisposte in tutta Europa in funzione prima anti-nazifascista, nel ‘43-’44, poi anti-comunista e anti-estremista nell’immediato dopoguerra.

Si tratta quindi di un’organizzazione tipica del cosiddetto Stato permanente, cioè costruita nei gangli vitali di uno Stato moderno, che da allora rimane a presidio dell’allineamento atlantico dell’Italia.

I comodi paraocchi dell’anti-fascismo

Solo gli Anglo-americani erano del resto in grado di condurre un’azione di questa profondità e pervasività, per due inconfutabili ragioni: la prima, che essi avevano vinto il conflitto grazie alla loro superiore capacità di impiego strategico della guerra segreta in senso lato (intelligence, deception, psychological political economic warfare); la seconda, che, a causa della guerra civile in Italia, seguita alla tragedia dell’8 settembre, il nostro Paese aveva perduto non tanto la guerra quanto la sua possibilità di recuperare in pace la propria sovranità.

Per tali ragioni, la vulgata storica ritualmente ripetuta sulla strategia della tensione come strumento eversivo neo-fascista, cui avrebbero aderito (non si sa per quali ragioni…) apparati dello Stato italiano, non regge più, come non ha mai retto, al vaglio di un’analisi condotta con gli ordinari strumenti del metodo storico.

Una strategia così complessa e raffinata, che gli anglo-americani hanno dimostrato di sapere sviluppare seguendo la secolare esperienza britannica, non poteva certo essere impostata né sviluppata efficacemente da un mondo politico che era stato fisicamente annientato nei massacri (variamente stimati intorno ai 60mila caduti) seguiti all’aprile del 1945 in Italia: ragione questa per la quale, correttamente, Vinciguerra nega la possibilità stessa di parlare non solo di fascismo ma neppure di neo-fascismo dopo quella data.

La storia del fascismo si chiude col sangue di quei giorni: quanto avvenuto dopo di allora è tutt’altra storia – non prenderne atto significa falsificare anche qui la storia.

Vuoti fondamentali

In dipendenza da questi elementi essenziali, nel libro di Giannuli appaiono alcuni vuoti davvero rilevanti. Ad esempio, non viene affrontato quel davvero singolare, ma fondamentale, laboratorio che fu, probabilmente non solo per l’Italia (forse anche per Svizzera e Germania, oltreché Austria), il terrorismo ed il contro-terrorismo nel Sud-Tirolo: basti pensare anche lì al ruolo della polizia dipendente dal Ministero degli Interni italiano, dei servizi militari e delle similari organizzazioni internazionali che in quelle vicende risulta più volte evidenziato.

La non considerazione del ruolo eziologico delle vicende della Seconda Guerra mondiale, in un’opera pure di così ampio respiro, ha impedito a Giannuli di rendere conto anche del ruolo davvero strategico di strutture di intelligence del mondo cattolico, come quelle che il domenicano Félix Morlion organizzò in una rete fittissima, a livello internazionale e non solo italiano, a partire in Belgio dagli anni addirittura precedenti la guerra: tessitura di relazioni politico-informative fra Chiesa e Stati Uniti, Chiesa e mondo ebraico e neo-costituito Stato israeliano, Chiesa e mondo di oltre-cortina, come si diceva allora, per oltre quarant’anni.

È in realtà proprio la frequentazione (e a quali livelli!) di Morlion nei primissimi mesi dell’occupazione anglo-americana, la matrice originaria del potere di Giulio Andreotti, di cui il Noto servizio, pur così documentatamente studiato proprio da Giannuli, è probabilmente solo una delle estrinsecazioni, certamente non riconducibile ad un solo, sia pur autorevole, personaggio politico italiano.

Soprende infine, solo per limitarci ad osservazioni meno specialistiche, che Giannuli si sia fermato programmaticamente nel suo studio alla metà degli anni Settanta, considerando a quel punto esaurita la strategia della tensione, escludendo non solo episodi come la strage della stazione di Bologna (2 agosto 1980) ma tutta la linea del terrorismo c.d. di sinistra, proprio quando negli ultimi anni vanno emergendo conferme estremamente illuminanti di continuità, contiguità e relazioni strategiche di queste vicende con quelle degli anni Settanta: basti ricordare i nuovi elementi emersi dalle Relazione Fioroni sul sequestro Moro o le recenti acquisizioni sulla strage di Bologna.

Stato, Mafia, Alleati: dove sono gli eversori?

In tal senso ha un sapore accademico, a parer nostro, la discussione, cui Giannuli pur dedica ampio spazio, sulla teoria cosiddetta del doppio Stato, la quale, come sempre nel caso delle teorizzazioni sociologiche, poco tiene conto della dura realtà dei fatti: quella di un Paese vinto, che per prima cosa vide partire verso oltre Atlantico un convoglio di svariati vagoni ferroviari, con decine, forse centinaia di migliaia di documenti che costituivano il patrimonio storico più delicato ed essenziale dell’intera Italia unitaria.

Anche quei tentativi di pur onesta ricostruzione storica che ancora cadono inevitabilmente nel réfrain delle forze eversive neo-fasciste all’opera nella strategia della tensione, così come nei fenomeni ad essa collegabili (basti pensare al ruolo della mafia, rivitalizzata e collocata in posti chiave dai Liberatori), non sono dunque più storicamente accettabili: essi distorcono la verità in un punto essenziale, cioè che la strategia della tensione così come la mafia non sono comprensibili senza ammettere un ruolo strategico interno allo Stato italiano di quelle forze condizionanti che lo presidiano a garanzia dell’allineamento politico, economico, culturale, internazionale dell’Italia.

Sarebbe per questo ancor oggi importante, non solo in senso meramente simbolico, che governi italiani veramente “sovranisti”, magari proprio con l’aiuto di storici onesti come Giannuli, richiedessero formalmente ai nostri a quanto sembra irrinunciabili alleati di restituire all’Italia questo patrimonio storico-documentale che per gli Stati moderni, piaccia o non piaccia, rappresenta la base essenziale non solo di un’effettiva sovranità popolare, ma prima di tutto e soprattutto di una reale indipendenza politica, economica e culturale.

Questo potrebbe essere un primo passo perché vicende come quelle della strategia della tensione trovino la loro corretta collocazione nella complessa storia unitaria dell’Italia, come sola possibile garanzia che esse non abbiano più a ripetersi né da noi né altrove.

Questo, ci si lasci aggiungere, sarebbe un primo, doveroso riconoscimento della vittoria di Vincenzo Vinciguerra nella sua lunga battaglia per la verità.


Post scriptum:

Con piacere inseriamo qui come aggiornamento l’articolo che il 3 agosto 2019 Vincenzo Vinciguerra a dedicato a questo inervento di clarissa.it:

https://ivoltidigiano.tumblr.com/post/188063484547/un-trentennale

Buona lettura!

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  1. pp. 375-379 []
  2. Rimando per la parte francese alla ricostruzione in A. Cave Brown, “C”: The Secret Life of Sir Stewart Graham Menzies, Spymaster to Winston Churchill, New York, MacMillan Publishing, 1987, passim. []