Pace o armistizio? Il trattato di Versailles, 28 giugno 1919

Il 28 giugno 1919, alle ore 15:12, nel Salone degli Specchi dello storico Palazzo di Versailles, il socialdemocratico tedesco Hermann Müller, ministro degli Esteri da poco più di una settimana, ed il ministro delle Colonie, il parlamentare centrista Johannes Bell, firmarono, in nome del governo tedesco, il trattato di pace che chiudeva formalmente la Prima Guerra Mondiale.

Un diktat dei vincitori

Anche se esso non sarebbe mai stato ratificato, ad esempio, dagli Stati Uniti d’America, nonostante Woodrow Wilson, come sappiamo, ne fosse stato uno dei principali fautori, firmatari del Trattato da parte alleata furono ben 26 Nazioni1.
La Germania si sottometteva dunque al vero e propro diktat alleato, dato che il testo del Trattato le era stato notificato poco più di un mese prima, il 7 maggio 1919, accompagnato, fra le altre, da queste parole del primo ministro francese, George Clemenceau:
«Ci avete imposto la guerra: prenderemo misure perché una seconda aggressione come questa non possa più ripetersi. È giunta l’ora di una pesante resa dei conti».
A lui aveva risposto, secondo la testimonianza del diplomatico italiano Aldrovandi Marescotti, il conte Ulrich von Brockdorff-Rantzau:
«Noi non disconosciamo la grandezza della nostra impotenza e l’estensione della nostra disfatta. Noi sappiamo che la forza delle armi tedesche è spezzata. Noi sappiamo la potenza dell’odio che ci viene incontro, e noi abbiamo sentito la volontà appassionata con cui i vincitori vogliono farci pagare come vinti e come colpevoli»2

Vincitori e giudici

In questo breve scambio si esprime già completamente il clima nel quale era maturato il Trattato, che rappresenta per diversi aspetti una novità assoluta nella storia delle relazioni diplomatiche.
Anche in altre epoche ed in altri contesti il vincitore aveva imposto un diktat al vinto, come in questo caso avvenne con la Germania, che non prese parte alla Conferenza di Parigi e che venne minacciata, in caso di rifiuto di sottoscrivere il trattato, dell’immediata ripresa delle operazioni militari in Occidente, nel bel mezzo di una crisi sociale e politica che stava dilaniando e disintegrando il Paese, dopo il crollo del Secondo Reich guglielmino.
Le novità stanno piuttosto nel fatto che i vincitori si erano costituiti in Società delle Nazioni, e che proprio quest’ultima risultava essere la controparte della Germania: in tal modo collocando le potenze sconfitte nella condizione di non-Nazioni, o almeno di Stati esclusi dal consesso internazionale.
Le potenze Alleate dettavano quindi le proprie condizioni ergendosi a giudici internazionali, quasi che anch’esse non avessero concorso, con azioni e omissioni, allo scoppio dello spaventoso conflitto; quasi che il conflitto non fosse stato un terribile scontro di potenze industriali e militari moderne, ma una semplice operazione di polizia internazionale.

La Germania e la “colpa della guerra”

Questa posizione giuridico-ideologica trovava piena conferma in un’altra novità, quella che forse pesò di più nel coltivare lo spirito di rivincita del popolo tedesco, in altri due punti fondamentali del Trattato, al capo VII, nonché nel famigerato art. 231.
Nel primo, gli Alleati si riservavano il diritto di processare l’ex-imperatore Guglielmo II «for a supreme offence against international morality and the sanctity of treaties», una formulazione che, almeno da Machiavelli in poi, fa sorridere qualsiasi studioso di storia in merito all’esistenza di una «morale internazionale» (ne sappiamo qualcosa anche noi oggi…).
L’art. 231, addirittura, riversava in capo alla Germania l’intera «colpa della guerra», una sbrigativa sentenza grazie alla quale gli Alleati potevano agevolmente aprire la questione delle riparazioni che la Germania avrebbe dovuto pagare. Una punizione che suscitava quindi il non infondato sospetto che questa attribuzione di colpa al nemico vinto servisse in verità come giustificazione legale per una sorta di espropriazione permanente della Germania, rivolta, soprattutto da parte inglese, ad eliminare un temibile concorrente industriale e commerciale, che aveva messo in discussione il primato della Gran Bretagna come leader dello sviluppo economico europeo.
Si apriva così anche la complessa questione storiografica, nota in Germania come Kriegsschuldefrage, che non solo animò il dibattito politico fra le due guerre, ma che è stata ripresa negli Anni ’60 del secolo XX, quando lo storico tedesco Fritz Fischer volle spiegare la Seconda Guerra mondiale come una recidiva dell’originaria colpa tedesca.
Tesi storiografica che oggi risulta decisamente superata, come ha potuto dimostrare di recente lo storico inglese, certo non sospettabile di sentimenti filo-tedeschi, Christopher Clark3: e come per altro, da equanime contemporaneo, aveva già lucidamente e ripetutamente documentato il pensatore austro-tedesco Rudolf Steiner nei suoi molti interventi sullo scoppio della guerra, parlando di un «punto zero» della politica europea, a causa della totale incapacità delle classi dirigenti mitteleuropee di contrastare con intelligenza e lungimiranza, da una parte, la lucida politica imperialista occidentale, e, dall’altra, l’autocrazia russa che cercava nel panslavismo un collante ideologico per cementare un impero in preda ad una crisi sociale irreversibile.

La lunga storia delle “riparazioni”

Pesantissime furono per la Germania le conseguenze dell’accettazione del Trattato: in spregio alle proclamazioni dei Quattordici Punti, essa perdeva oltre 6,5 milioni di suoi concittadini, equivalenti ad almeno un decimo della sua popolazione, un settimo del proprio territorio, e tutte le colonie – che gli Alleati, nel più grande rispetto della suddetta international morality si spartirono bellamente.
La Germania, inoltre, dovette cedere la sua flotta da guerra e gran parte di quella mercantile, subì imposte pesantissime, indennità finanziarie e industriali: nel Trattato, tuttavia, non ne venivano ancora fissati gli importi e le modalità di pagamento, lasciando quindi il vinto in una posizione di estrema incertezza per il proprio immediato futuro.
Gli esperti finanziari alleati definirono il debito tedesco nel gennaio 1921 in 226 miliardi di marchi oro. Tale computo fu comunicato al governo tedesco, invitandolo a rispondere entro un mese a Londra, dove, tra il 7 ed il 10 di marzo 1921, si determinò lo scontro fra gli alleati ed i rappresentanti tedeschi, che affermavano l’impossibilità per la Germania di sostenere un simile pagamento.
Scattarono a questo punto sanzioni economiche e finanziarie, con lo stabilimento di una linea doganale alleata sul Reno, e l’occupazione di Duisburg, Ruhrort e Düsseldorf. Il 27 marzo la Commissione delle riparazioni rese noto che il debito tedesco per le riparazioni di guerra ammontava a 132 miliardi di marchi oro.
Una nuova conferenza (Londra, 29 aprile – 5 maggio 1921), fissò il cosiddetto “stato dei pagamenti”, che definiva l’importo annuale dovuto dalla Germania agli alleati, sulla base di indici stabiliti dagli alleati, tra 3,04 e 4,6 miliardi di marchi oro. La Germania fu concorde nel sostenere che questi importi erano superiori alla sua capacità economica e quindi, solo a seguito all’ultimatum presentato dagli alleati il 5 maggio, lo stato dei pagamenti fu accettato dalla Germania.
Si determinava così un lungo ed estenuante contenzioso economico-finanziario internazionale, che sarebbe passato attraverso varie altre conferenze internazionali ed un’altra guerra mondiale, per concludersi, a quanto pare, addirittura nel 2010, quando la Germania democratica da poco riunificata finì di pagare sorte e interessi del debito, più volte ridiscusso e ridimensionato.

Guerre senza pace

Eppure non erano mancati, persino da parte inglese, gli inviti alla moderazione ad una Francia che, trovatasi prossima al crollo nel 1914, sperava di chiudere una volta per tutto il problema tedesco, vendicandosi della cocente sconfitta nella Guerra franco-prussiana del 1870. Sono in genere note e spesso citate le osservazioni dell’economista Maynard Keynes, che dava una lettura tutto sommato ovvia delle possibili conseguenze economiche di un simile trattato.
Meno noto è il fatto che, proprio nel corso della Conferenza di Parigi, il 25 marzo 1919, il primo ministro inglese David Lloyd George aveva esternato a George Clemenceau, primo ministro francese, nel cosiddetto Fontainebleau Memorandum, le proprie riserve sull’imposizione ai vinti di condizioni di pace troppo dure. Scrisse Lloyd George:
“Voi potete spogliare la Germania delle sue colonie, ridurre il suo armamento ad una semplice forza di polizia e la sua flotta a quella di una potenza di quinto ordine; ciò nonostante, da ultimo, se essa sente d’esser stata ingiustamente trattata nella pace del 1919, troverà i mezzi per ottenere una vendetta sui suoi vincitori. L’impressione, la profonda impressione, fatta sul cuore umano da quattro anni di strage senza eguali sparirà coi cuori nei quali essa è stata impressa dalla terribile spada della Grande Guerra. Il mantenimento della pace dipenderà allora dal non esservi cause di esasperazione costantemente eccitanti lo spirito di patriottismo, dall’equità e dal fair play nell’ottenere le riparazioni. Le nostre condizioni possono essere severe, possono essere rigide e addirittura spietate, ma al tempo stesso esse possono essere tali che il paese al quale esse sono imposte senta in cuor suo di non avere il diritto di lamentarsene. Ma l’ingiustizia e la prepotenza, mostrate nell’ora del trionfo, non saranno mai dimenticate o perdonate”.
In queste parole, in qualche modo, troviamo l’anticipazione della celebre risposta che Nancy Witcher Astor, viscontessa di Astor, prima donna inglese a sedere nella Camera dei Comuni, diede durante una cena a Londra, poco dopo l’ascesa al potere di Adolf Hitler, a chi le chiedeva dove fosse nato il nuovo cancelliere tedesco:
«A Versailles», fu la concisa ma significativa risposta.

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  1. Serbia, Francia, Belgio, Gran Bretagna, Giappone, Portogallo, Italia, Grecia, Stati Uniti, Panama, Cuba, Siam, Liberia, Brasile, Guatemala, Nicaragua, Haiti, Honduras, Bolivia, Ecuador, Hejaz, Peru, Polonia, Romania, Cecoslovacchia e Uruguay. La Cina si era rifiutata di prendere parte al solenne avvenimento. La Russia, come si sa, era uscita dal conflitto, dopo la rivoluzione di Ottobre, con la pace di Brest-Litovsk, nel 1918. []
  2. L. Aldovrandi Marescotti, Guerra diplomatica, Mondadori, Milano, 1936, p. 300-301. []
  3. Christopher Clark, The Sleepwalkers. How Europe Went to War in 1914, London, Allen Lane, 2012; tr. it., Laterza. Bari, 2015. []