L’impresa di Fiume, 12 settembre 1919

Tra gli avvenimenti che hanno influito maggiormente sulla storia italiana del Novecento, quello del 12 settembre 1919, la “santa entrada” dei legionari di Ronchi a Fiume, come la chiamarono i fiumani, presenta aspetti unici e suggestioni diverse.

Fiume e l’Italia

Abbiamo già visto, in un precedente articolo, che, dopo i disordini dei Vespri fiumani del luglio 1919, la commissione interalleata, composta dai generali Di Robilant (Italia), Watts (Gran Bretagna), Naulin (Francia) e Summeral (Usa), alla fine dei suoi lavori, il 10 agosto, aveva stabilito una serie di provvedimenti che cancellavano ogni speranza che Fiume diventasse, come richiesto dalla sua popolazione fin dall’ottobre 1918, italiana.

Si sarebbe dovuto sciogliere il Consiglio Nazionale della città e la legione volontaria fiumana; insieme alla chiusura della base navale francese, il contingente italiano sarebbe stato ridotto, allontanando i reparti che più avevano simpatizzato per la causa irredentista; le forze navali britanniche avrebbero assunto il controllo della base navale e delle dogane, con proprio personale.

Questa decisione fu per certo la spinta determinante ad agire per Fiume, impattando su di un contesto politico italiano assai complesso in quel momento, per una serie di aspetti ai quali possiamo solo accennare: le problematiche socio-economiche, con l’enorme aumento del costo della vita; le difficoltà della smobilitazione di un esercito che contava ancora oltre un milione e mezzo di uomini sotto le armi; le attività filo-bolsceviche che avevano portato ad agitazioni importanti e spesso violente, che traevano forza sia dalle difficili condizioni economiche che, per esempio, da fatti politici come l’intervento alleato contro Bela Kun in Ungheria; i primi passi del movimento fascista che, collegandosi ad ampi settori del combattentismo, dava i primi segni di un’opposizione non solo antibolscevica ma anche anti-sistema; le voci ricorrenti di possibili collegamenti fra i movimenti nazionalisti e combattentisti con gli ambienti militari.

Un Paese in fibrillazione

L’estate era stata percorsa da queste pericolose agitazioni, che mettevano in forse la stabilità politica dell’Italia, al punto che massima era stata la preoccupazione del governo Nitti proprio per assicurarsi che nulla accadesse alla frontiera orientale del Paese. Lo testimonia un documento del 31 luglio 1919, proveniente dal Comando Supremo, Ufficio Informazioni, Sezione U:

«N. 3005 dis. 2 p. m. Speciale Stop. Data attuale situazione politica intensificare vigilanza valichi linea armistizio in corrispondenza zona Fiume per impedire rigorosamente entrata zona stessa persone capaci suscitare o partecipare movimento contrario direttive governo Stop. A persone che si ritiene possano non attenersi rigorosamente disposizioni di ordine pubblico, dalle nostre autorità militari e politiche dovrà essere inibito passaggio anche se trattisi di noti uomini a politici appartenenti associazioni patriottiche con programma azione Stop. Pregasi segnalare persone trattenute1

La cosa storicamente rilevante di questo documento è che esso porta la firma dal gen. Pietro Badoglio, personaggio passato indenne attraverso molti dei momenti più oscuri della storia italiana: assai discussa la sua responsabilità nella rotta di Caporetto, così come poi nelle scelte militari della Seconda Guerra mondiale, fino ad approdare alla tragica pagina dell’8 settembre 1943.

Ebbene, proprio a Badoglio, fra gli altri, si erano rivolti alcuni degli uomini che volevano Fiume (e magari anche la Dalmazia) italiane: la citata circolare a sua firma dei servizi di informazione militare del Regio Esercito non manca di sollevare possibili interrogativi sulla linearità della sua condotta, anche in questa circostanza.

Fiume o Morte!

Sta di fatto che quando, il 25 agosto, cominciarono a doversi ritirare da Fiume i primi reparti italiani, in primo luogo gli amatissimi Granatieri di Sardegna, la città cominciò a manifestare in massa, affollandosi intorno ai soldati italiani per impedirne l’allontanamento, cosicché il clima, anche emotivo, della città prese ad infiammarsi.

Il 1° settembre anche i soldati della brigata Sesia, dell’VIII battaglione ciclisti, del 6° reggimento artiglieria da campagna avevano dovuto lasciare la città.

Il 4 settembre, il Consiglio di Fiume rivolse un ultimo appello al Senato degli Stati Uniti, invocando per l’ennesima volta l’applicazione dei Quattordici Punti wilsoniani alla situazione fiumana, senza alcun esito.

Il 9 settembre, venne quindi approvata l’innovativa legge sul suffragio universale, che permetteva a uomini e donne che avessero compiuto i 20 anni di votare.

Il 10 settembre, intanto, cominciavano a giungere i primi funzionari britannici di servizio alle dogane, mentre la nave da guerra italiana San Marco lasciava la città e si preannunciava lo stesso provvedimento per le altre unità italiane, l’Emanuele Filiberto e la Dante Alighieri: ben 400 marinai di quest’ultima si erano però rifiutati di risalite a bordo, nascondendosi in abitazioni private della città, rendendo quindi difficile alla corazzata italiana lasciare il porto di Fiume.

Nel frattempo, dopo il loro accantonamento a Ronchi, presso Trieste, alcuni giovani ufficiali del 2° battaglione Granatieri di Sardegna avevano preso un’iniziativa che rompeva clamorosamente la tradizione di assoluta subordinazione all’autorità politica tipica del Regio Esercito.

I tenenti Riccardo Frasetto, Vittorio Rusconi, Rodolfo Cianchetti, i sottotenenti Lamberto Ciatti, Claudio Grandjacquet, Enrico Brichetti e Attilio Adami avevano giurato fra loro alla maniera garibaldina per «Fiume o morte!», inviando un ispirato appello in tal senso a Gabriele D’Annunzio, in quel momento a Venezia.

La marcia di Ronchi

Prendeva forma in questo modo l’impresa che avrebbe portato quattro compagnie del 2° reggimento Granatieri, l’8° e il 22° reparto di assalto (arditi), le compagnie mitragliatrici 164a, 856a e 124a, alcune autoblindo, oltre a 27 camion abilmente sottratti all’autoparco di Palmanova da alcuni dei più spregiudicati protagonisti dell’impresa (guidati dal pilota Guido Keller, “segretario d’azione” di D’Annunzio) a percorrere i 150 chilometri da Ronchi a Fiume, dove all’incirca duemiladuecentocinquanta uomini in armi si congiunsero con la legione fiumana che, dissimulando abilmente le proprie attività, era riuscita intanto senza colpo ferire a prendere il controllo della città, nonostante la presenza di altre truppe, italiane e alleate.

D’Annunzio dette il suggello finale a questo davvero raro esempio di ribellione di militari italiani, nel quale molto aveva influito il fatto che ben pochi degli ufficiali coinvolti fossero di carriera, mentre tutti venivano dall’esperienza dilacerante delle trincee.

Quando infatti il comandante del contingente italiano a Fiume, generale Pittaluga, intimò alla colonna ribelle di arrestarsi all’ingresso della città, il poeta-soldato, in modo efficacemente melodrammatico, espose il suo petto, sul quale figuravano una medaglia d’oro e il distintivo di mutilato di guerra. A quel punto, lo stesso Pittaluga non poté che cedere, osservando d’essere lui stesso discendente di garibaldini.

Poche ore dopo, rivolgendosi alla folla entusiasta, D’Annunzio proclamava l’annessione di Fiume all’Italia:

«Nel mondo folle e vile Fiume è oggi il segno della libertà; nel mondo folle e vile vi è una sola cosa pura: Fiume; vi è una sola verità: e questa è Fiume; vi è un solo amore: e questo è Fiume!
Fiume è come un faro luminoso che splende in mezzo a un mare di abiezione!
(…) Io, volontario di guerra, combattente, mutilato, rivolgendomi alla Francia di Victor Hugo, all’Inghilterra di Milton, all’America di Lincoln, interprete del sentimento e del volere del sano popolo italiano, proclamo l’annessione di Fiume all’Italia2

Vittoria senza sangue

Si apriva una breve ma intensa stagione per diversi motivi eccezionalmente creativa: nuovi rituali politici; innovative modalità di comunicazione; esperimenti organizzativi come la Carta del Carnaro e l’organizzazione di un esercito di popolo; prese di posizione internazionali contro l’imperialismo occidentale e di sapore esplicitamente terzomondista; l’adozione di stili di vita marcatamente bohémien.

Non si può dubitare del fatto, anche al netto della passione per gli effetti retorici e scenici tipica di D’Annunzio, che i protagonisti di questa avventura, probabilmente unica nella terribile storia del Novecento, hanno intimamente condiviso la dedica scritta da D’Annunzio in calce ad un’opera, diremmo minore, di un suo partecipante3:

«Dal cimitero carsico di Ronchi non partì un pugno d’uomini devoti alla morte, un’altra massa di carne da macello, un’altra messe umana offerta alla falce aerea della mitragliatrice. Partì lo Spirito.
Per ciò fu irresistibile. Per ciò vinse.
Senza colpo ferire.
La vittoria del 12 settembre è una vittoria divina.
Sine strage vincit

Si sognava così di essere usciti dall’insensato massacro causato da quei “sonnambuli” che avevano portato i popoli europei alla Grande Guerra4: veniva forse un tempo di scelte politiche che erano ora consapevolmente adottate e non subite, per quanto rischiose e contrarie all’ordine costituito.

Il fatto che queste scelte, nel caso dell’impresa di Fiume, riuscissero a restare, ma solo per poco, immuni da spargimenti di sangue, fa davvero pensare a un qualcosa di straordinario.

Print Friendly, PDF & Email
  1. P. Belli, La notte di Ronchi, Società Anonima Editoriale, Milano, settembre 1920, p. 9. []
  2. E. Susmel, La Città di passione, Fiume negli anni 1914-1920, Milano, Fratelli Treves Editori, 1921, p. 250-251. []
  3. Questa dedica, al testo citato di P. Belli, è riprodotta nell’immagine di questo articolo. []
  4. C. Clark, I Sonnambuli, come l’Europa arrivò alla Grande Guerra, Bari, Laterza, 2013. []