Arte e politica: Emil Nolde, un destino tedesco

Fino a qualche anno fa, chi volesse capire qualcosa della tragedia del popolo e della cultura tedesca del XX secolo poteva trovare una buona guida nel romanzo autobiografico di Ernst von Salomon, Un destino tedesco, nel quale si poteva seguire questo tragico percorso da un punto di vista principalmente politico.
Negli ultimi anni, forse da appena un quinquennio, la Germania contemporanea sembra accorgersi di un risvolto ancora più tragico della sua storia – passando dalla visuale politica a quella dell’arte: il caso emblematico è quello di Emil Nolde (1867-1956), cui viene dedicata in queste settimane a Berlino la prima mostra che sembra prendere pubblicamente coscienza di questo dramma tedesco.

Nolde e il nazismo

Per chi non lo conoscesse, Emil Nolde è senza dubbio uno dei più importanti pittori della Germania contemporanea, che nella sua lunga vita ha avuto la fortuna (…fortuna?) di attraversare tutta la terribile prima metà del XX secolo tedesco, con tutte le sue contraddizioni: è stato un protagonista dell’espressionismo, ma è entrato in grave urto con gli espressionisti tedeschi; fervente nazionalista ed antisemita, aderente entusiasta al NSDAP, ma messo ben presto all’indice da alcuni alti esponenti del regime, tra cui lo stesso Hitler, come si sa artista anch’egli in giovinezza; dopo la fine della guerra, viene considerato, fino praticamente ai nostri giorni, un eminente perseguitato dal nazismo. Sembra impossibile, eppure Nolde ha vissuto tutto questo.

La mostra alla splendida Hambuger Banhof di Berlino fa davvero riflettere perché, accanto alle (bellissime) opere di Nolde, sono presentati in modo semplice ma efficace spunti di documentazione su questo accidentato percorso, mai politicamente corretto, del grande artista.

Oltre al suo indubbio valore artistico, si evidenzia il talento con cui, in parte lui stesso, ma sicuramente assai più i molti autorevoli critici che lo corteggiavano, hanno fatto di un fervente nazionalista, antisemita e sostenitore del nazionalsocialismo, il simbolo dell’artista perseguitato dal totalitarismo: al punto che un suo quadro campeggia in una foto ufficiale alle spalle di Angela Merkel e Barak Obama a colloquio nella Cancelleria della democratica Repubblica Federale Tedesca, ancora qualche anno fa (l’avranno tolto, oggi? Non sappiamo…).

Se parlassimo in termini puramente politici, ci sarebbe ben poco di nuovo: noi Italiani siamo da molto tempo consapevoli di quanta parte del nostro popolo abbia tranquillamente cambiato casacca dal più accesso fascismo al più rabbioso antifascismo. Anche nel campo della cultura, gli esempi si sprecano.

Ma nel destino tedesco di Nolde, secondo noi, vi è qualcosa di assai più importante da cogliere di questa umana tendenza all’adattarsi alle atmosfere o alle convenienze politiche: per questo speriamo che l’indubbiamente coraggiosa e onesta mostra di Berlino possa accendere se non un dibattito almeno una riflessione, finalmente spregiudicata, non solo sulla storia tedesca ma sul rapporto fra arte e politica.

Classicisti e volkisch

Si comincia a capire che le adesioni ai fenomeni totalitari del secolo scorso non sono giudicabili con la sicumera di oggi, perché esse avevano radici profonde in un clima spirituale, ricco e contraddittorio, in cui potenti forze ideali venivano condensate e schematizzate in forme, quelle politiche appunto, che non ne potevano sostenere tutta la novità, la forza e la multiformità.

Da questo punto di vista, la vicenda Nolde è interessante, perché si scopre che anche il nazionalsocialismo non era così monolitico come si è abituati a giudicarlo, soprattutto quando si trovava davanti alla produzione ideale per eccellenza, quella artistica.

Nolde infatti trovò sostenitori e oppositori tra diversi degli esponenti di maggior rilievo del NSDAP: sarebbe perciò da capire per quali ragioni un Goebbels simpatizzò per Nolde e un Rosenberg no, ad esempio. Alcuni studiosi di valore ritengono che Nolde fosse vicino alle posizioni del nazionalismo cosiddetto volkisch, che, dopo aver alimentato il nazionalsocialismo di sinistra, venne emarginato a partire dalla violenta purga delle SA nella Notte dei Lunghi coltelli del giugno 1934: cosa che potrebbe spiegare proprio la progressiva emarginazione dell’artista appunto dopo il 1934.

Appare anche chiaro che Nolde vide nel nazionalsocialismo quello che ci videro evidentemente anche persone assai più semplici e meno altamente ispirate di lui: l’affermazione del germanesimo, romanticista vitalista irrazionalista, rispetto alla raffinata cultura del decadentismo francese; il culto delle radici di un medioevo mistico ed ascetico, ripreso col furore protestante di un Martin Lutero; radici che erano riferibili anche alle forme concrete della germanicità, quelle della Germania tacitiana1 e della natura magica ed elementare dei paesaggi nordici.

Tutto questo in Nolde è chiaramente leggibile nei suoi quadri, in particolare nei paesaggi vibranti di colori essenziali e di contrapposizioni cromatiche; ed è sufficiente a spiegarci, ancorché ovviamente non a giustificare, il suo radicale antisemitismo, dettato dal timore di influssi culturali ed economici estranei a suo avviso, anche in campo artistico, al suo germanesimo.

La libertà dell’artista e la politica

La tragedia tedesca è ben chiara, quindi, in Nolde. Egli partiva da un impulso eminentemente spirituale, quando scriveva:
«Le immagini sono creature spirituali. Lo spirito del pittore vive in esse. Le migliori sono quelle più esigenti».2

Ne parlava molto chiaramente nella sua autobiografia a proposito, ad esempio, dei suoi quadri sulla Pentecoste, quelli che meno piacquero ai nazisti di impostazione neoclassica come lo stesso Hitler:
«Di nuovo tornai alla profondità mistica dell’umana divina esistenza. Il dipinto della Pentecoste era abbozzato. Cinque degli apostoli pescatori erano rappresentati nel ricevere estaticamente e sovrasensibilmente lo Spirito Santo.»3

La rozza semplicità di forme, apparsa “degenerata” ai suoi censori, corrispondeva in lui alla potente genuinità delle anime degli Apostoli, del tutto liberi dal raffinato intellettualismo delle élite greco-romane; e per lui questo era anche spirito altdeutsch, antico spirito germanico, non corrotto dall’occidentalismo decadente, con una forte connotazione di esperienza religiosa non dogmatica e del tutto interiore.
«Seguii un desiderio irresistibile di rappresentare una spiritualità profonda (religione e intimità) senza però alcuna volontà o conoscenza o spiegazione razionale. (…) Seguendo queste sensazioni, ho dipinto le mie pitture sacre. Ma al di là del contrasto tra chiaro e scuro e tra colori freddi e caldi e insieme con la rappresentazione di figure spirituali e religiose, sono stato indotto a compiere una riflessione difficile e intima sulla religione, una vera e propria meditazione spirituale talmente disperante che avrebbe potuto portarmi alla pazzia totale. (…) Se mi fossi rigidamente attenuto alla Bibbia in senso letterale e alla rigidità dei dogmi, sono sicuro che non sarei stato capace di dipingere queste immagini (…) che ho concepito in modo così  intenso. Ero obbligato ad essere libero da un punto di vista artistico: non avere Dio di fronte a me come un integerrimo legislatore assiro, ma Dio in me, ardente e sacro come l’amore di Cristo.  Con [questi] dipinti [religiosi] è avvenuta la mia transizione dalla bellezza esteriore percepita secondo le regole dell’ottica ai valori interiori che sono frutto del sentimento.»4

Possiamo dire che qui si manifesta sintomaticamente il fondamento di ogni conflitto fra arte e politica: il dramma di tutti quegli artisti che hanno voluto, per senso di appartenenza al loro tempo ed al loro popolo, diventare engagé (o “organici” come diceva Gramsci) – ma che in realtà non potevano trovare nelle schmittiane “forme del politico” alcuna effettiva collocazione per i loro liberi impulsi interiori.

Il dramma di Nolde è dunque il dramma di tutti coloro che, con senso di un dovere civile, hanno cercato nella politica un completamento alla propria spirituale vocazione artistica, e che si sono invece trovati respinti dalla rigidità delle ideologie, o condizionati dall’esigenza di adattarsi alla natura del “politico”, in una parola inchiodati alle disanimate logiche del potere.

Le censure del totalitarismo, ma non solo…

Dobbiamo tuttavia aggiungere che è troppo comodo fare di questa incompatibilità fra artistico e politico un fenomeno solo tipico del totalitarismo – un punto che speriamo non sfugga almeno ai più accorti visitatori della bella mostra berlinese. La questione investe tutte le società moderne, nelle quali arte e politica dovrebbero restare reciprocamente autonome, se davvero vogliamo parlare di libertà.

Nel mondo antico, da prima dei tempi di Alessandro Magno, quando a un Lisippo potevano essere commissionate ben 39 statue per commemorare i caduti nella vittoria del Granico, era in certo modo logico che l’arte fosse un’espressione del potere – quando tutto era integrato in una visione spirituale unitaria.

Da allora fino ai giorni nostri, ogni racconto politico o religioso che abbia avuto il vezzo di legittimarsi culturalmente ha sempre cercato l’artista da cui farsi celebrare.

Ma, in tempi più recenti, in cui il ruolo dell’artista è andato sempre più individualizzandosi, fino a rinchiudersi una dimensione intimistica, è comprensibile che lo spazio celebrativo della politica sia stato lasciato agli artisti “militanti” o ai semplici opportunisti. La famosa perte d’auréole di cui scriveva Baudelaire, per intendersi.

I politici odierni, esauriti i grandi movimenti di massa, preferiscono offrirsi al pubblico con la levatura culturale di una barzelletta o di un post sui social media.

Si può capire che di conseguenza, almeno dagli anni ‘70, qualsiasi artista abbia sentito la necessità e quasi il dovere di sentirsi fuori dagli schemi o addirittura contro ai sistemi, per dimostrare di esercitare la sua libertà: che vi siano riusciti, ovviamente, è tutt’altra questione. Sta di fatto che oggigiorno la situazione degli artisti, per quanto non rosea, è dunque chiarissima: l’arte può esistere solo se indipendente dalla politica.

Chi pensa di poter continuare a fare politica con l’arte dovrebbe rendersi conto che, poiché gli stessi partiti hanno rinunciato ad un’identità ideologica, gli artisti oggi sono finalmente liberi di vivere in una propria dimensione puramente ideale, senza doversi allineare a nessun partito, tanto più che questi determinano oggi la propria incerta identità solo mediante riferimenti alla crescita del PIL o alle altalene dello spread.

Vi è tuttavia, come sempre con la piena libertà, un elemento che potrebbe orginare, e forse già origina, drammi di nuovo tipo: mentre Nolde poteva ancora trovare riferimenti ideali che lo facevano sentire parte di un tutto, per gli artisti di oggi, questi riferimenti sono probabilmente scomparsi – per cui si apre la questione di come l’artista oggi si possa collocare nel consorzio umano per non diventare, con tutta la sua splendida libertà interiore, un corpo estraneo alla società in cui vive…

Intanto ci limitiamo ad augurarci però che, riscoperto il passato nazista di Emil Nolde, non si decida di metterlo all’indice del politically correct, proprio come il nazismo neoclassico pensò di fare di lui quando improvvisamente lo scoperse artista “degenerato”.

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  1. Un libro molto pericoloso è il titolo del bellissimo studio di Christopher B. Krebs sulle vicende bibliografiche dell’opera tacitiana, recentemente pubblicato in italiano da Il lavoro editoriale, Ancona, 2012. []
  2. E. Nolde, Memorie, 1934. []
  3. E. Nolde, Jahre der Kaempfe, Berlino, 1934, pp. 105. []
  4. E. Nolde, Mein Leben, Colonia, a cura di Manfred Reuther, DuMont, 2013, p. 194-195. []