I due Barzini: grande giornalismo e storia italiana

Quando il presidente del Pipa Club di Fano1 mi ha chiesto di raccontare la figura del giornalista Luigi Barzini, gli ho chiesto “Quale dei Barzini?”.

“Quello con la pipa” è stata la risposta più che scontata.

Sì, perché di Luigi Barzini giornalista e scrittore che ne sono due, Luigi Barzini senior – nato a Orvieto nel 1874 e scomparso nel 1947 – e suo figlio, Luigi Barzini junior – nato a Milano nel 1908 e morto nel 1984.

Quello “con la pipa” è un’annotazione più profonda di quanto possa sembrare. Le immagini iconiche dei due Barzini, infatti, rappresentano al meglio la differenza delle loro storie e delle loro vite: la foto più famosa di Barzini senior lo vede con un impermeabile cerato, il cappellaccio da pilota e tra le labbra la sigaretta ammosciata dalla pioggia durante il raid automobilistico Pechino-Parigi.

Il secondo Barzini, invece, lo vediamo in giacca e cravatta, seduto davanti alla libreria del suo ufficio, oppure mentre stringe la mano a Giangiacomo Feltrinelli in giuria al Premio Strega, o in Piazza San Pietro a commentare le vicende vaticane, più spesso al tavolo con attrici famose o a braccetto con l’ambasciatrice americana Claire Boothe Luce. Elegante, un po’ “dandy” e, spessissimo, con in mano una pipa.

Una storia tutta italiana

Ma non è solo la storia di un Barzini senior e di uno junior, è la storia di una famiglia della borghesia italiana, di quella introdotta nei salotti e nelle stanze che contano. Con sguardo benevolo è la storia del genio e della cultura italiana che ha conquistato il mondo: non per niente, “The Italians – Gli italiani. Virtù e vizi di un popolo”, il libro uscito prima come edizione in lingua inglese nel 1964, è l’opera più nota del secondo Luigi Barzini, attraverso la quale ha tentato di spiegare agli americani quel “carattere nazionale”, quei tratti comuni della “gens italica” così difficili da comprendere oltreoceano.

Con uno sguardo più critico, l’opera di Luigi Barzini è anche paradigmatica di quella parabola che ha visto la classe dirigente italiana del dopoguerra lacerata da divisioni, ambizioni e invidie, fino al dissesto e all’autodistruzione. Come il quadro che lui fa degli italiani, impietoso: «La corsa al benessere accentua le nostre caratteristiche di popolo individualista. Sapete perché moltissimi italiani mancano di senso morale e giustificano ogni malefatta con la scusa che “tengono famiglia”? Perché non hanno assimilato il Medioevo, non ne hanno appreso i requisiti morali, il senso dell’onore, della dignità personale, degli alti valori: “Il patriottismo, la forza di carattere, il coraggio, l’onestà, la giustizia, la verità”».

Luigi Barzini è al centro di tre generazioni di personaggi (prima suo padre e dopo i suoi cinque figli, Ludina, Benedetta, Francesca, Luigi e Andrea Barzini) che per raccontarli si racconta buona parte dell’Italia contemporanea. Si può procedere, quindi, solo a episodi, a flash significativi che possano dare l’idea del dipanarsi affascinante della storia.

Cominciamo con Luigi Barzini senior, che è stato un grande inviato del Corriere della Sera. A venticinque anni, nel 1900, viene mandato in Cina al seguito della spedizione militare di Giappone, Russia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia, Italia e Germania, partita con il compito di reprimere la rivolta dei Boxer contro il dominio colonialista.

Testimoni del nostro tempo dalla Cina all’America

Barzini fu così testimone della crudeltà delle potenze colonialiste in Cina nello stroncare la rivolta dei Boxer, al cui confronto l’Isis di oggi appare come una comitiva di boy-scout.

Lo racconta il nipote Andrea Barzini, nel libro biografico Una famiglia complicata: «All’arrivo del nonno lungo il Fiume Giallo, il corpo militare occidentale, composto da sette nazioni, aveva già praticamente annientato la ribellione. La campagna era stata devastata; i soldati decoravano le palizzate all’entrata delle città con migliaia di teste tagliate, che fissavano sbalordite chi passava; altri corpi, altre teste erano ammucchiati nelle piazze, sul fondo delle strade ostruite dalle barricate. Nei cortili delle caserme i civili aspettavano la morte. Palazzi, templi, case erano ora prede dei soldati, che entravano, depredavano, incendiavano. Il giornalista si fermò davanti alla Città proibita, fino ad allora mai penetrata da occhio profano. Pioveva e i soldati bruciavano i volumi della millenaria biblioteca imperiale per scaldarsi. In poche ore, un’intera civiltà se ne stava andando a pezzi».

Testimone dell’esecuzione di un contadino, di fronte ai civilissimi inglesi, tedeschi, americani e francesi che consideravano quel disgraziato, a cui venne tagliata la testa, al pari di un pollo o di un maiale, scriveva: «Ho un bel ripetermi che i cinesi sono fuori dal diritto delle genti e che noi siamo invece in perfetta regola con le leggi umane e anche divine; qui, davanti allo spettacolo dell’opera nostra, contrapposto a quello dell’opera loro, qui sento che la mia fede nella nostra civiltà si affievolisce».

A trentadue anni, nel 1907, segue come reporter il raid Pechino-Parigi sull’automobile Itala con il principe Scipione Borghese. I reportage di Barzini si distinguono per una secchezza di linguaggio che ne fa uno scrittore quanto mai moderno, lontano dagli eccessi di tanti giornalisti suoi, e nostri, contemporanei.

Sempre Andrea, ci racconta questo gustoso aneddoto: «Durante il raid Pechino-Parigi, il principe Borghese non rivolse mai la parola direttamente al nonno, perché era un giornalista, categoria deprecabile, e una volta, nel deserto del Gobi, si trovò ad aprire una scatoletta di carne e a metterla su un sasso pronunciando, per evitare di parlare direttamente a mio nonno, una frase passata alla storia familiare: “Chi ne vuole, si serva“».

Raccontò, documentandosi scrupolosamente e con stile sobrio, la tragedia della Prima Guerra Mondiale sia per il Corriere, sia in alcuni saggi di grande valore: “Scene della grande guerra” (1915), “Al Fronte” (1915), “La guerra d’Italia. Sui monti, nel cielo e nel mare” (1916), “La guerra d’Italia. Dal Trentino al Carso” (1917).

La nipote Ludina scrive di lui, nel libro I Barzini – Tre generazioni di giornalisti, una storia del Novecento, dedicato al nonno, al padre e a se stessa: «Vedeva e registrava scene e personaggi nei minimi particolari. Era ossessionato dal bisogno di esattezza. Si documentava in modo rigoroso, notava tutto e non inventava nulla. Che è una regola elementare, forse banale, valida per il giornalista di settant’anni fa e per quello di oggi».

Luigi Barzini ottiene fama e riconoscimenti a livello internazionale, con la nomina a Cavaliere dell’Ordine dell’Impero britannico e la Legion d’Onore francese.

Dal 1921 si trasferì negli Stati Uniti d’America, come corrispondente per il Corriere. Porta la famiglia con sé a New York e conclude la collaborazione con il quotidiano di via Solferino, per contrasti con il dispotico direttore Luigi Albertini.

Nel 1923 acquista la maggioranza del Corriere d’America, il quotidiano degli immigrati italiani e svolge l’attività di editore per otto anni, ma accumula un pesante passivo economico. Nel 1931 lo vende e rientra in Italia con la famiglia.

Attraverso l’Italia del Ventennio

Durante uno dei frequenti viaggi in Italia aveva aderito, nel 1925, al Manifesto degli intellettuali fascisti.

Nel 1932 gli viene offerta la direzione del Mattino di Napoli; ma un inviato non ha quella compiacente duttilità che serve per fare il direttore e viene cacciato dopo un solo anno. Viene mandato dal Popolo d’Italia come inviato speciale a raccontare la guerra civile spagnola. Nel 1934 è nominato Senatore da Mussolini.

Barzini avrà rapporti problematici con i figli, soprattutto a causa delle continue lontananze. Nel 1940 il figlio primogenito, il nostro Luigi Barzini, antifascista e filo-inglese, viene arrestato e condannato a cinque anni di confino, ma è liberato nel 1942 per intercessione dello stesso Mussolini.

Dopo l’8 settembre, il figlio più giovane, Ugo, diserta e fugge in Svizzera; l’altro figlio, Ettore, militante dei GAP, viene arrestato e morirà durante la prigionia in Germania nel 1945; la figlia Emma è, invece, al sicuro in Spagna.

Luigi Barzini lascia Roma occupata e aderisce alla Repubblica Sociale Italiana, diventando direttore dell’Agenzia Stefani.

Alla fine della guerra, Barzini viene processato per la sua adesione alla RSI: gli è interdetto l’esercizio della professione di giornalista. Trascorre gli ultimi due anni di vita in povertà e il cronista dei più importanti eventi del Novecento muore in una camera d’albergo a Milano, forse suicida, per una overdose di sonniferi il 6 settembre 1947, a 73 anni.

Il sindaco comunista di Orvieto proibì che il feretro passasse per le vie della città natale.

Si conclude così la prima parte di questa famiglia, espressione del blocco sociale medio-borghese che, dopo aver assistito all’eclissi dello Stato liberale ottocentesco, si affida al fascismo, restandogli fedele fino a Salò.

Dal Ventennio a questo Dopoguerra

Il secondo Luigi Barzini, il nostro dandy con la pipa, è nato nel 1908 e il suo nome di battesimo non s’ispira, come si potrebbe pensare, a quello del padre, ma è un omaggio a Luigi Albertini, il direttore del Corriere della Sera con cui il famoso giornalista senior aveva cominciato la carriera.

Il giovane Barzini frequenta la scuola, fino al liceo, a Milano. Poi, nell’agosto del 1925, si trasferisce con la famiglia negli Stati Uniti, a New York, dove il padre aveva fondato un giornale il Corriere d’America.

Qui, deciso a seguire le orme paterne, si iscrive alla Scuola di giornalismo della Columbia School of Journalism. Si laurea nel 1930 e comincia da praticante a lavorare al New York World. Nel 1931, concluso il periodo americano del padre, torna in Italia. Grazie, anche, alla fama del padre, viene introdotto come praticante al Corriere della Sera.

Da questa esperienza americana che lo aveva plasmato negli anni della formazione, dai 15 ai 22, Luigi Barzini acquisisce una perfetta conoscenza dell’inglese e uno stile di giornalismo anglosassone, con l’attacco del testo che dà subito tutte le informazioni necessarie, che privilegia la notizia e la chiara esposizione dei fatti. Un approccio alla scrittura che all’epoca in Italia non era affatto apprezzato, perché si preferiva la disquisizione erudita e la cura della tecnica letteraria.

Funzionava meglio come inviato: nel 1935-36 si reca per 11 mesi in Etiopia al seguito della spedizione militare italiana, con altri tre inviati del suo giornale, tra cui Alessandro Pavolini, il giornalista fiorentino futuro segretario del Partito Fascista Repubblicano.

Intrecci di personaggi e destini italiani

Il 1940 è un anno cruciale per Luigi Barzini. Si sposa ad Amalfi con Giannalisa Gianzana Feltrinelli, una donna potente, figlia del direttore generale di una delle principali banche dell’inizio secolo, vedova giovanissima di Carlo Feltrinelli, erede di una famiglia di grandi e ricchissimi industriali del legno e già madre del futuro editore rivoluzionario Giangiacomo Feltrinelli, di cui per anni Luigi Barzini è stato il patrigno e con il quale i rapporti sono stati spesso burrascosi.

È rimasto nelle cronache il sonoro ceffone che Barzini rifilò a Giangiacomo in pubblico, alla finale del Premio Strega, per le parole irripetibili pronunciate da quest’ultimo nei confronti della sorella Ludina.

All’inizio del 1940 gli viene conferito l’incarico di corrispondente da Londra. Ma la Feltrinelli, amica del principe di Savoia, antitedesca e antifascista, è controllata dall’Ovra, che ne intercetta una telefonata compromettente. E Barzini, durante una cena all’ambasciata inglese, confida, ascoltato da un agente sotto copertura dell’Ovra, che i comunicati cifrati dell’ambasciata erano sotto controllo della polizia italiana. Di conseguenza scatta l’arresto, di cui abbiamo già parlato raccontando la vita del padre, e il confino prima ad Amalfi e poi a Capri.

Nel 1942, è presto rilasciato su intercessione personale di Mussolini. In quell’anno nasce la prima figlia, Ludina, diventata giornalista e scrittrice. L’anno successivo Benedetta, donna bellissima, modella internazionale e affermata giornalista.

Rimasto a Roma occupata dagli Alleati, Luigi Barzini sfrutta la padronanza dell’inglese e la conoscenza e la frequentazione degli ambienti internazionali, inglesi e americani in particolare, per trovare i finanziamenti, fondare e dirigere, fra la fine del 1944 e i primi del 1945, il quotidiano politico Libera stampa.

L’anno seguente da vita a una società editoriale con la quale pubblica il quotidiano Il Globo. Diviene anche capo ufficio stampa del Partito Liberale.

Torna con la famiglia a Milano, dove si trovava anche il padre, rimasto come abbiamo visto, senza casa e senza lavoro dopo l’epurazione antifascista. Ma Luigi Barzini non può ospitare in casa il padre a causa dell’intransigente veto di sua moglie, quella Giannalisa Feltrinelli, politicamente schierata contro i reduci del fascismo e a favore della monarchia.

Separatosi dalla moglie, Luigi Barzini sposa in seconde nozze Paola Gadola, con la quale ha altri tre figli: Luigi, Andrea e Francesca.

Dopo aver lasciato la direzione del Globo, nel dicembre 1948 collabora al nuovo rotocalco La Settimana Incom illustrata, versione stampata di un famoso cinegiornale.

Nel 1953 rientra al Corriere della Sera, non più nel ruolo di inviato, ma come autore di inchieste di ampio respiro, alcune delle quali divennero poi dei libri come quella, in diciotto articoli, contro il PCI, da cui è stato tratto il libro I comunisti non hanno vinto.

Entra attivamente in politica ed è eletto deputato del Partito Liberale Italiano per tre legislature, dal 1958 al 1972.

Italiani o Italians?

In questo periodo della sua vita pubblica in inglese il celeberrimo The Italians, poi tradotto in tutto il mondo e di cui abbiamo parlato all’inizio, che gli porterà fama mondiale e che, però, contribuirà non poco a creare i ben noti pregiudizi contro gli abitanti del Belpaese.

Perché Luigi Barzini scrive un saggio autodenigratorio per l’Italia? La teoria del giornalista Giovanni Fasanella, esposta nel suo libro Colonia Italia, è inquietante: «È sempre così che la Gran Bretagna ha visto l’Italia: un Paese con una storia unica e irripetibile, ricchissimo di bellezze naturali e artistiche, pieno di inventiva, ma anche incapace di badare a sé stesso, di guarire dai suoi vizi antichi e di risollevarsi dai suoi atavici guai. Dunque sempre bisognoso di protezione e di essere guidato da una mente illuminata».

Secondo Fasanella, Barzini era inserito in un circolo esclusivo anglofilo, legato ai servizi segreti britannici, così come l’agente Merryl del Psichological Warfare Branch, il cui vero nome è Renato Mieli, padre del giornalista Paolo Mieli.

Erano anni nei quali un giornalista famoso del Corriere della Sera era un personaggio influente e nel caso di Barzini si aggiungevano le sue relazioni internazionali. Nel piazzale della sua villa fuori Roma si affollavano la Rolls Royce dell’ambasciatore inglese, la Ferrari del diplomatico playboy Porfirio Rubirosa, la Maserati di Franco Cristaldi, la Jaguar di Stephen Spender, la Mercedes del principe Aldobrandini, le Flaminie ministeriali dei vari Saragat, La Malfa, Gonnella, Restivo. E poi attori americani, come Kirk Douglas, scrittori, attrici famose. Lui era praticamente un americano in Italia, un americano conservatore, amico personale di Walt Disney.

Nel giugno del 1973 fu designato alla direzione del Messaggero dall’editore Edilio Rusconi. Aveva quasi 65 anni. Ma una clamorosa protesta della redazione, che occupò il quotidiano in difesa del direttore uscente e che non volevano l’amerikano (con la k), gli impedì di mettere piede nella sede del giornale.

«Giornalista, sempre meglio che lavorare». È la battuta che viene attribuita a Luigi Barzini, che ne rappresenta la guasconeria e l’arguzia da uomo di spirito, che amava l’autoironia, oltre che graffiare il prossimo.

Luigi Barzini ha dovuto sudare parecchio per dimostrare d’avere i “numeri” adatti per fare il giornalista e non essere solo il figlio del grande Barzini. Rispetto allo stile asciutto e tagliente da inviato del padre, nella scrittura di lui c’è una maggiore vena letteraria, un’indagine psicologica dei personaggi. Del resto, affermava: «Solo lo scrittore è un grande giornalista e solo un grande giornalista è scrittore». Dal padre ha ereditato il fiuto per le notizie, il gusto della sfida, la tenacia di riuscire nel proprio lavoro.

Barzini si sfoga con la figlia in una lettera nella quale le racconta che, da quando ha la certezza di conoscere a fondo l’America, il Corriere non vuole più mandarlo a New York, perché «Il giornalismo italiano non ama l’esattezza in nessun campo».

Com’era Luigi Barzini giornalista lo descrive bene la figlia Ludina parlando dei rapporti tra Montanelli e i due Barzini: «Quando Indro scrive di loro, spesso i pezzi sono inventati, oppure pieni di errori, e serpeggia sempre un pizzico di strana e acida ironia sulla loro bravura professionale».

Di Montanelli, infatti, è noto come l’accuratezza non fosse la sua preoccupazione primaria, quanto la reinvenzione di un’atmosfera che fosse funzionale al taglio narrativo che intendeva dare alla storia. Barzini, invece, come un abatino attento al dettaglio, puntiglioso, pedante, vedeva nel giornalismo «un mestiere che prende il tre percento dell’intelligenza e abilità di scrittura, ma il novanta per cento del tempo e attenzione».

foto: Luigi Barzini jr., credits: Keystone Press / Alamy Foto Stock.

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  1. questo articolo è il testo dell’intervento che il presidente del Centro Libero Analisi e Ricerca – CLAR, e direttore responsabile di clarissa.it, Luca Serafini, ha tenuto a Fano lo scorso 3 giugno 2019 []