Wilson, Bissolati, Mussolini, 11 gennaio 1919

La sera dell’11 gennaio 1919, Tommaso Marinetti ed alcuni suoi seguaci, procuratisi fortunosamente i biglietti d’invito, riescono a raggiungere i palchi della Scala di Milano, dove si attende l’intervento di Leonida Bissolati, socialista riformista, esponente durante la Grande Guerra dell’interventismo democratico.

Bissolati, pochi giorni prima, ha lasciato il governo perché personalmente contrario alla rivendicazione all’Italia di confini che potessero creare nuovi contrasti con le nazionalità nascenti dalla disintegrazione dell’Impero austro-ungarico, che si andava rovinosamente consumando in quelle settimane: egli aveva cioè aderito fiduciosamente all’idea di una Società delle Nazioni, seguendo le proclamazioni del presidente americano Woodrow Wilson.

Poco dopo l’inizio del suo discorso alla Scala, racconta Giuseppe A. Borgese

a un dato momento, come se una bacchetta fatata avesse dato il via, incominciò un’infernale sinfonia. Grida, strilli, fischi, grugniti, tutti i versi possibili e immaginabili in una gabbia di bestie selvatiche, formarono il tono dominante di quella sinfonia1.

Bissolati giunge, nonostante il fragore della spietata contestazione, a circa metà del suo discorso: ma, a questo punto, fra le voci dei contestatori riconosce nettamente quella a lui ben nota di Benito Mussolini, che pure ha sempre manifestato verso di lui una certa considerazione.

Allora, sempre secondo Borgese, Bissolati “volse la testa verso gli amici che gli erano più vicini e disse a bassa voce: «Quell’uomo no!». Da quel momento lesse le sue pagine per formalità, come se leggesse a se stesso. Alla fine non vi fu nessun applauso. La folla, in parte trionfante, in parte disgustata ma impotente, lasciò il teatro”2.

Si è così consumata la rottura con l’interventismo moderato: Mussolini prosegue quindi sulla via della valorizzazione della vittoria di combattenti e produttori, sempre più vicino agli ambienti futuristi, nazionalisti, sindacalisti rivoluzionari.

Non vi è dubbio che egli stesse cogliendo l’opportunità di mobilitare gli ex-combattenti di ritorno dalle trincee, ma vi è anche un ulteriore aspetto che oggi appare forse ancora più interessante. Ricorda infatti lo stesso Borgese che, pochi giorni prima, egli stesso, con Luigi Albertini, senatore e direttore del Corriere della Sera, e Benito Mussolini, si era trovato al pranzo di gala offerto nel ridotto, sempre della Scala, in onore di Woodrow Wilson, in trionfale visita in Italia. Racconta Borgese:

Quando gli altri due [lui ed Albertini], basandosi su un concetto evoluzionistico della storia, ebbero finito di spiegargli come il piano wilsoniano di una Società delle Nazioni fosse logico, egli [Mussolini appunto], a mo’ di conclusione scrollò più volte le spalle, accompagnandosi con un mugolio della bocca3.

Questa immagine, rapidamente tratteggiata dall’intellettuale, poi acceso antifascista, è il sintomo rivelatore del formarsi nella mente di Mussolini dell’impressione che quella di Wilson fosse in definitiva solo una linea ideologica, sostanzialmente strumentale.

In effetti, la condotta del presidente americano durante la Conferenza di Pace che i vincitori stavano per aprire a Parigi avrebbe dimostrato che i famosi Quattordici Punti erano per lo stesso Wilson un mero chiffon de papier… A quel punto l’immagine della “vittoria mutilata” avrebbe cominciato a trovare drammatica conferma.

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  1. G.A. Borgese, Golia, marcia del Fascismo, Milano, 2004, p. 124. []
  2. ibidem. []
  3. Ivi, p. 121. []