Il ritiro Usa dal trattato INF: una storia europea (ultima parte)

Con l’ascesa di Putin ed il rapido recupero di una posizione di rilievo come potenza di livello intermedio della Russia, è iniziata a nostro avviso la nuova fase di confronto che porta oggi Trump a recedere dal trattato INF.

Il nuovo confronto con la Russia in Europa

Il fatto è che questo nuovo confronto ha per teatro principalmente l’Europa, dal momento che gli Usa hanno accettato senza particolare preoccupazione il nuovo ruolo della Russia, ad esempio, nella questione siriana, forse contando sul fatto che la Russia avrebbe finito per impantanarsi lì come in un nuovo Afghanistan, cosa che non è avvenuta.
È stata certamente la questione ucraina, della quale mi sono occupato estesamente altrove1, a spingere sempre più gli Stati Uniti, quando essi erano ancora guidati dal democratico Obama, assistito agli esteri dalla signora Hillary Clinton, verso un rafforzamento militare ai confini della Russia.
Il 5 marzo del 2014, infatti, Obama annunciò l’avvio di una collaborazione militare con l’Ucraina, giustificata non tanto dal permanere di una situazione di conflitto a bassa intensità nel Donbas, tuttora in corso, ma come ritorsione per il fatto che la Russia aveva, senza colpo ferire, rioccupato la Crimea, peraltro storicamente russa.
Il 3 giugno 2014, il presidente americano lanciava poi ufficialmente la European Reassurance Initiative, chiedendo al Congresso degli Stati Uniti un miliardo di dollari da iscrivere nel bilancio della difesa statunitense 2015 tra le Overseas Contingency Operations (OCO). Lo scopo era quello di finanziare una serie di misure di carattere militare per rafforzare i dispositivi militari propri e degli alleati europei, in particolare nei Paesi est-europei confinanti con la Russia.

In questo ambito, segnalavamo già all’epoca l’importanza della decisione di incrementare il sistema missilistico Aegis nel teatro europeo, mediante lo spiegamento di quattro incrociatori dotati di questo sistema d’arma, con base a Rota in Spagna, ai quali si aggiungevano altri due lanciatori Aegis, questa volta basati a terra, ognuno dotato di 24 missili: uno di essi è già stato installato a Deveselu in Romania, nel 2015; l’installazione in Polonia del secondo, programmata per il 2018, sembra stia subendo invece notevoli ritardi, per colpa dell’azienda incaricata dei lavori, secondo quanto hanno dichiarato alti ufficiali Usa al Congresso. Il tutto viene coordinato da un sistema radar AN/TPY-2 collocato in Turchia.

A queste misure, ufficialmente motivate con la minaccia rappresentata dall’Iran, faceva seguito, nel luglio 2014, proprio l’accusa americana alla Russia di aver violato il trattato INF, identificando questa violazione nello schieramento del sistema russo R-500.

I Russi, per parte loro, hanno subito rilevato che questo vettore ha una portata inferiore ai 500 km, restando quindi al di sotto dei limiti previsti dal trattato; lo stesso varrebbe anche per la sua successiva versione S-500, che fra l’altro dovrebbe entrare in linea non prima del 2020. Mosca non ha poi mancato di osservare che i sistemi americani Aegis, di cui si è appena detto, così come il successivo Mark 41 Vertical Launch System, nonché il vasto impiego di droni che sono in realtà missili da crociera mascherati, rendono queste accuse statunitensi del tutto strumentali.

Da ultimo, nel dicembre 2017, i servizi di intelligence di Washington hanno denunciato che il missile russo 9M729 violerebbe l’INF: i Russi hanno precisato che si tratta di un vettore a corto raggio, ma che esso segue i dettami dell’INF, in quanto di portata inferiore ai 500 km., mentre, secondo talune stime occidentali, questo vettore potrebbe raggiungere le 3000 miglia nautiche.

Resta il fatto, ripetutamente evidenziato nelle dichiarazioni ufficiali e nei commenti della stampa russa, che la Russia si trova oggi circondata da sistemi missilistici disseminati lungo tutta la sua frontiera europea, una minaccia quindi assai ravvicinata, a differenza di quanto potrebbe mai accadere agli Stati Uniti. Un’asimmetria che, sul piano militare, pone già di per se stessa la Russia in una posizione di incolmabile svantaggio, per il fatto appunto che il territorio nord-americano è irraggiungibile da missili a gittata intermedia.

Il ruolo di John R. Bolton

Non da ultimo, è il caso di ricordare che la denuncia del trattato INF da parte statunitense si accompagna al ritiro dall’accordo JCPOA, relativo all’annosa, spinosa e pericolosa questione del possibile sviluppo di armi nucleari da parte dell’Iran.

Un ritiro che, come quello dall’INF, è stato ispirato dal nuovo National Security Advisor del presidente, l’ambasciatore statunitense John R. Bolton, in carica dallo scorso aprile 2018, ben noto per la sua estrema insofferenza verso qualsiasi vincolo strategico posto agli Stati Uniti d’America. Bolton del resto, come abbiamo già avuto modo di spiegare già alcuni anni fa2, è un tipico rappresentante di quell’orientamento interventista in politica internazionale che lo spinse nel dicembre 1997, insieme ad altri esponenti del famoso circolo oltranzista PNAC, a scrivere una pubblica lettera all’allora presidente Usa nella quale si affermava a chiare lettere “Saddam se ne deve andare”.

Membro di importanti think tank imperialisti e filo-sionisti come l’American Enterprise Institute, il Jewish Institute for National Security of America, il Council of Foreign Relations, Bolton, dopo avere servito le amministrazioni Reagan e Bush sr. con compiti di rilevanza internazionale, opponendosi ad esempio con successo alla risoluzione delle NU che equiparava razzismo e sionismo, è stato, nell’amministrazione Bush jr., prima sottosegretario di Stato per il controllo degli armamenti e la sicurezza internazionale, quindi rappresentante Usa alle Nazioni Unite.

Tutto questo fa chiaramente capire che i mutamenti alla presidenza degli Stati Uniti non hanno mai modificato l’orientamento di fondo della politica mondiale americana.
Il lettore comprende quindi ora perché abbiamo voluto ricostruire, a rischio di essere assai prolissi e noiosi, la questione INF partendo dagli anni Settanta: perché un decisore di lungo corso come John R. Bolton ha vissuto tutta questa storia, per cui non possiamo superficialmente pensare che la decisione di Trump sia oggi il frutto di una facile improvvisazione. Vi è dietro una visione a lungo termine, sviluppata dagli stessi protagonisti.

Nel corso di questi quasi quarant’anni sono però cambiate almeno tre cose, elementi che in conclusione crediamo siano importante da evidenziare.

In primo luogo, tutto questo rende possibile l’impiego in Europa di armi così micidiali, proprio quando, se anche l’Europa non è più divisa in due parti, essa è forse oggi ancor più di ieri dipendente dalle scelte strategiche nord-atlantiche, dato che l’Est europeo è stato prontamente inglobato dal sistema della Nato, mentre l’Unione Europea è una quantité négligeable sul piano politico-militare.
Secondo punto, la presenza di un nuovo attore globale, la Cina, che negli ultimi anni, nel quadro di una politica di potenza vecchio stile, ha anche sviluppato molti missili di nuova generazione, principalmente destinati ad operare proprio nel raggio d’azione proibito dall’INF, trattato cui essa, è il caso di ricordare, non ha mai aderito.
Terzo punto, la situazione in Medio Oriente dove, rispetto agli anni Settanta, le scelte operate dalla classe dirigente mista israelo-statunitense (proprio quella di cui Bolton è un elemento assai rappresentativo) hanno determinato un livello di conflittualità che fa di quest’area il possibile detonatore di conflitti ai quali né gli Stati Uniti, né la Russia, né l’Europa possono pensare di rimane a lungo estranei.

  1. G. Colonna, Ucraina tra Oriente e Occidente, Edilibri, Milano, 2014. []
  2. G. Colonna, Medio Oriente senza pace, Edilibri, Milano, 2009, p. 296. []