Il ritiro Usa dal trattato INF: una storia europea (prima parte)

La Guerra Fredda, la successiva distensione, la dissoluzione dell’Urss hanno da sempre lasciato, in tema di armamenti, quella che gli esperti chiamarono all’epoca una “grey area”, una zona grigia nella quale le guerre nucleari diventano possibili. È quella di armi variamente denominate: forze nucleari di teatro, forze tattiche nucleari, sistemi d’arma a corto raggio, medio raggio. Comunque le si vogliano chiamare, sono le armi che potrebbero permettere attacchi mirati e potenti, ma sufficientemente circoscritti da poterne pensare un uso politico oltreché militare, uscendo quindi dalla logica della “reciproca distruzione assicurata” (Mutual Assured Destruction), che fino ad oggi sembra aver impedito l’impiego di armi atomiche dopo l’agosto 1945.

La vicenda degli Euromissili

La politica di potenza condotta dagli Stati Uniti d’America dopo la vittoria nella Seconda Guerra mondiale, dietro l’oggi evidente paravento della difesa dei valori dell’Occidente, comportò infatti, proprio quando il processo di distensione era ormai avviato, sul finire degli anni Settanta dello scorso secolo, un ripensamento in merito all’impiego delle armi strategiche. La sconfitta nel Vietnam, la diffusione di conflitti a bassa intensità seguiti alla decolonizzazione, le opportunità di sfruttare l’imminente crisi dell’Urss, di cui erano già ben chiari molti sintomi – tutto questo spingeva gli Usa a prendere in considerazione nuove modalità di utilizzo dell’arma nucleare, basti pensare alla bomba al neutrone (ERW), di cui nel 1977 si ipotizzò da parte nordamericana la dislocazione in Europa.
Le notizie su questa decisione provocarono in Europa l’attivazione di un movimento pacifista la cui ampia mobilitazione nelle piazze risultò direttamente proporzionale alla sua incapacità di costruire un’alternativa politica in Europa. La successiva installazione dei primi Euromissili a Muttlangen, in Germania, e a Sigonella in Italia, ne dimostrò il sostanziale velleitarismo e la precarietà di una concezione della pace mondiale basata sulle logiche di potenza tipiche del XIX e XX secolo.
Quando infatti, nel 1979, si ebbe notizia che missili nucleari di raggio intermedio RSD-10 Pioneer, noti in Occidente come SS-20, sarebbero stati schierati sul territorio della Russia europea, fu la Germania a preoccuparsi di restare la sola possibile vittima designata proprio mentre tra Usa e Urss erano in corso le discussioni sulla limitazione degli armamenti (SALT – Strategic Arms Limitation Talks; bando degli ABM – Anti-Balistic Missiles). Se a livello mondiale i SALT prevedevano la riduzione delle armi nucleari strategiche reciprocamente puntate su Usa e Urss, essi minacciavano infatti di fare dell’Europa, ed in particolare del territorio tedesco, l’area di possibile impiego di ordigni nucleari a medio-corto raggio, rimasti fuori da quelle trattative.
Tutto ciò mentre gli Usa avevano iniziato con successo non solo lo sviluppo dei missili cosiddetti “da crociera” (cruise missiles), che rendevano in gran parte inefficace qualsiasi teorica limitazione delle armi nucleari, ma anche della già ricordata bomba al neutrone, nonché di sistemi di comando controllo comunicazione di teatro (AWACS) che rendevano “fattibile”, grazie alle nuove tecnologie elettroniche, un impiego mirato di armi nucleari tattiche.
Per tale ragione, fu la Germania a chiedere agli Usa ed agli altri alleati Nato che, per contrastare gli SS-20 sovietici, parallelamente all’installazione di ben 572 sistemi d’arma Pershing II e cruise, gli Euromissili appunto (poi installati in Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi e Regno Unito), si proponesse all’Urss anche un accordo sulle armi nucleari di teatro.

Nel 1983 rischio di una guerra mondiale

Quello che molti oggi ancora ignorano è però che l’avvio della dislocazione in Europa degli Euromissili, nel novembre 1983, si inseriva in un contesto che solo oggi sappiamo aver rappresentato il momento in assoluto più pericoloso per la pace mondiale di tutto il secondo dopoguerra. Una serie articolata e coerente di documenti venuti a galla dagli archivi Usa e Urss danno infatti ormai la certezza che proprio nell’anno 1983 un rischioso confronto militare, spionistico e di oculata disinformazione sia stato giocato sul filo del rasoio: per cui è ancora difficile distinguere quanto le tecniche di deception collaudate dagli anglo-sassoni nella Seconda Guerra mondiale si siano accompagnate o meno a degli effettivi preparativi di guerra, come i sovietici ritennero in quel momento. Nel corso di quell’anno infatti, gli Stati Uniti, nella forma muscolosa impressa al loro apparato bellico dalla presidenza di Ronald Reagan, si trovarono al centro di una serie di eventi che configuravano molteplici rischi di un confronto militare diretto:

  • 23/03/83: Reagan annuncia la Strategic Defence Iniziative (SDI), il cosiddetto Scudo Stellare, poi dimostratosi una colossale bufala tecnologica, che tuttavia contrastava duramente la logica del trattato contro i sistemi di missili anti-missile (ABM);
  • marzo-aprile 1983: la più grande esercitazione aero-navale Usa (Fleetex 83-1) dalla fine della seconda guerra mondiale si svolge nel nord Pacifico in prossimità delle Isole Curili sovietiche;
  • 04/04/83: nel contesto di questa minacciosa dimostrazione di forza, sei velivoli militari Usa sorvolano il territorio sovietico delle Isole Curili, dove sono presenti le più avanzate installazione di allerta e di prima difesa sovietiche;
  • 18/04/83: attentato terroristico contro l’ambasciata Usa a Beirut (63 morti);
  • 01/09/83: il volo sud-coreano di linea KAL-007 in volo dall’Alaska, per ragioni tuttora non chiarite, devia dalla rotta prevista e sorvola a lungo il territorio sovietico, compresa la penisola di Kamchatka, piena anch’essa di installazioni militari sovietiche. Non avendo mai risposto alle richieste di identificazione da parte dei caccia sovietici allertati, viene abbattuto, provocando 296 vittime civili.
  • 26/09/83: neanche un mese dopo, il centro di sorveglianza aerea dell’Urss Serpukhov-15, presso Mosca, riceve dai satelliti di avvistamento segnali che indicano il lancio da parte statunitense di un missile intercontinentale, seguito da altri quattro analoghi segnali, la cui origine non sarà mai spiegata in modo convincente. Solo la freddezza dell’ufficiale sovietico di turno impedisce che si esegua la prescritta procedura di risposta immediata.
  • 13/10/83: un camion carico di tritolo, avvicinatosi al quartier generale della missione Usa in Libano, supera il perimetro di sicurezza ed esplode (241 morti). Simultaneamente, un altro veicolo bomba distrugge una base francese in Libano, provocando la morte di altri 58 soldati.
  • 25/10/83: gli Usa invadono l’isola di Grenada nei Caraibi, per rovesciare un regime considerato filo-sovietico.
  • 2-11/11/93: imponente esercitazione navale Nato (Autumn Forge), che prevede nella sua fase finale (Able Archer) la simulazione di un attacco nucleare contro l’Urss in risposta alla formazione di un governo militare in quel Paese ed a seguito dell’invasione da parte sovietica della Jugoslavia. Questa esercitazione, che in Able Archer adottava procedure tipiche di un reale attacco nucleare, portò i sovietici a ritenere che fosse in atto un vero first strike occidentale, al punto che la notte tra l’8 ed il 9 novembre 1983 (quando la Nato diede avvio a misure per l’impiego di armi nucleari) il Quartier Generale del KGB di Mosca informò tutte le stazioni presenti in Europa che le forze USA in Europa erano state messe in condizione di massima allerta e che alcune unità dell’Alleanza Atlantica avevano iniziato la mobilitazione. Il Cremlino considerò quindi le manovre Nato come segnale inequivocabile dell’inizio di un’offensiva contro le forze del Patto di Varsavia.
  • 20/11/83: la rete americana ABC manda in onda in prima serata il film documentario The Day After, la cui trama si concentrava sugli effetti di un attacco nucleare sovietico contro il territorio Usa. Il film venne poi riproposto in tantissimi Paesi, tra cui l’Italia.
  • 23/11/83: il primo Pershing II giunge in Germania; lo stesso giorno, i rappresentanti sovietici a Ginevra per i negoziati sulla regolamentazione dei dispositivi nucleari a medio raggio (appunto sugli INF) abbandonano i lavori.
  • 08/12/83: la delegazione sovietica lascia le discussioni sulla riduzione delle armi strategiche (START) per la pausa natalizia, ma non indica la data del suo rientro; lo stesso avviene il 15 dicembre con gli incaricati delle trattative sulla regolamentazione degli armamenti convenzionali in Europa.

Secondo alcune ricostruzioni, sulle quali è lecito avanzare delle perplessità (a partire dalle stesse memorie di Ronald Reagan), solo a questo punto il vertice statunitense si sarebbe reso conto di quanto ci si fosse avvicinati ad uno scontro reale, cosa che avrebbe spinto il presidente Usa, il 16 gennaio 1984, a dichiarare rivolgendosi all’ora segretario del Pcus, Juri Andropov, che «il 1984 è un anno di opportunità per la pace» e che i rapporti con l’URSS si sarebbero fondati sui valori di «realismo, forza e dialogo», citando per la prima volta nel suo mandato la parola «compromesso» come obbiettivo da raggiungere assieme ai sovietici.
Più realistico pare a noi, dalla lettura in particolare dei documenti sovietici, i quali mostrano chiaramente il vero e proprio panico che si era diffuso ai vertici dell’Urss davanti alla prospettiva di uno scontro militare con l’Occidente, che il discorso di Reagan giungesse proprio quando si era certi ai più alti livelli dell’amministrazione Usa che il susseguirsi di dure prove di forza militari nel corso del 1983 avesse posto i sovietici in una condizione di inferiorità psicologica ideale per aprire delle trattative: senza dimenticare che, in questi stessi mesi, si era ben sicuri di quanto la situazione militare in Afghanistan e quella politica in Polonia stessero mettendo a dura prova l’intero sistema sovietico.

(1 – continua)