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BISOGNI E RINUNCE

di Simone Santini 08 Marzo 2004         Letto 1833 volte
La critica alla globalizzazione economica, al pensiero unico, al consumismo come unico valore, al mondialismo, all’imperialismo mascherato da “esportatore di democrazia”. Tutto giusto e sacrosanto… ma poi? Il grave limite di ogni movimento di opinione di massa è sempre stato quello di muoversi senza un convincente contesto teorico che innervasse le pulsioni emotive, i desideri esistenziali, le convinzioni rivoluzionarie. Il movimento pacifista e quello no-global non fanno eccezione. Finiremo col dare ragione ai detrattori di questi movimenti? Finiremo col dire che, ebbene sì, erano milioni di giovani con illusioni e romantiche utopie, ma che poi sono cresciuti ed hanno fatto, come i loro padri e i loro nonni, i conti con la realtà? Queste non sono domande retoriche, sono rischi possibili, anzi, probabili. È giunto il momento di dire apertamente a coloro che intendono imbarcarsi su questa nave che ci sarà un prezzo da pagare. Sognare “un altro mondo possibile” è gratis, cominciare a costruirlo significa iniziare a mettere in gioco i propri stili di vita.

George Walker Bush ha detto: “il tenore di vita degli americani non è negoziabile”. Un commentatore politico, Giuliano Ferrara, ha argomentato, sulla stessa linea, che qualsiasi politico italiano che presentasse un programma teso alla diminuzione del tenore di vita, si suiciderebbe elettoralmente. Le conseguenze di questa visione del mondo è davanti ai nostri occhi: la guerra permanente e preventiva di una oligarchia ricca contro tutti gli altri, contro ogni altra civiltà ed anche, se necessario, contro la propria. Se è vero che l’80% della popolazione europea era contro questa guerra, bisogna che cominci anche a capire che la pace si paga. Vivere in pace significa rinunciare a sfruttare i popoli della terra e le loro risorse naturali. Vivere in pace significa che gli sprechi e l’inquinamento sono crimini contro l’umanità. Vivere in pace significa essere consapevoli che il nostro (nostro=occidentale) modo di mangiare, muoverci, divertirci, produrre, influenza direttamente la vita di altri miliardi di persone. E soprattutto, che non c’è posto per 6 miliardi di “occidentali” su questo pianeta.

La mia generazione, quella dei trentenni europei, è diversa da tutte quelle che l’hanno preceduta. Le sue caratteristiche fondamentali sono due. Primo: vive da sempre dentro bisogni indotti e non primari, e li vive come se invece primari lo fossero. Secondo: il suo tenore di vita sarà inferiore rispetto a quello della generazione precedente. Questi elementi possono determinare la possibilità di un laboratorio politico ed esistenziale fino ad ora non sperimentato. La possibilità, cioè, che questa generazione di giovani e quelle che la seguono, ottengano un livello di consapevolezza che le porti a rinunciare parzialmente ai loro modelli di vita, per ottenere in cambio un altro mondo, non solo “possibile” ma soprattutto “credibile”. La strada da percorrere non è né semplice, né, ovviamente, indolore.

Queste generazioni, dunque, non sono estranee al concetto di “rinuncia”. Hanno vissuto la stagione dell’euro ed hanno capito che si poteva perdere qualcosa in vista di una conquista. Poi, la possibilità di una contrazione del loro benessere è vissuta quotidianamente: sperimentano ogni giorno la precarietà occupazionale, non si fanno illusioni sull’avere un trattamento pensionistico in futuro, la maggior parte di loro si rende conto che l’unica, autentica “protezione sociale”, la stanno avendo solo grazie al lavoro e al sacrificio dei nuclei familiari di origine. Contro questa situazione stanno i “bisogni”. Qui il discorso si complica, entrano in gioco elementi culturali ed esistenziali, la comunicazione verso i giovani è invasa da messaggi e modelli artefatti, da bisogni indotti. Ma io non sottovaluterei la forza etica dei giovani, il loro bisogno di comunicazione spirituale, il senso di comunione che istintivamente provano, ed anche, importante, il disinganno che ormai sentono verso modelli non privi di fascinazione, ma contro cui hanno prodotto, da tempo, robusti anti-corpi.

Purtroppo sono le risposte a mancare, non le domande. La politica attuale (italiana, europea, occidentale) è spaventosamente asfittica, conservativa, uniforme, banale. Lo sviluppo del movimento no-global e la sua composizione emotiva e psicologica è lampante: pongono domande, sono ansiosi di risposte… e ricevono balbettii. Ti sbagli Giuliano Ferrara, se un politico oggi si presentasse a queste generazioni con proposte credibili, serie, profonde, non convenzionali, anche ingenerose, otterrebbe una grande attenzione e probabilmente consenso, probabilmente molto consenso. Queste generazioni sono potenzialmente “rivoluzionarie”, sono ovviamente confuse, hanno bisogno di non sentirsi sole e di avere un quadro dentro e per cui combattere. Ed allora ben vengano parole d’ordine come Europa unita, neutrale, aperta e indipendente! Ben vengano nuovi modelli economici basati sulla cooperazione, che non rifiutino a priori il concetto di “impresa” ma che pongano un autentico margine contro il vero cancro economico della nostra epoca, la concentrazione capitalistica e finanziaria. Ben venga una nuova agenda politica che metta al centro bisogni strategici (avete mai sentito parlare un rappresentante istituzionale di “politica idrica nazionale”? ovviamente no, peccato che ci pensino altri con l’obiettivo di privatizzare l’acqua mondiale) e che una buona volta si smetta di fare battaglie di retroguardia (quella per l’articolo 18 avrà pure una carica simbolica e sarà concettualmente condivisibile, ma, caro Bertinotti, te l’assicuro, è una battaglia che i giovani non capiscono perché non la sentono sulla pelle).

Abbiamo una bilancia. Su un piatto dobbiamo mettere i bisogni e le rinunce, sull’altro la prospettiva di un nuovo progresso umanista e rivoluzionario. E, poi, consapevoli e senza farci ingannare, scegliere.

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