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Cosa significa essere incontinenti?

di Redazione 13 Marzo 2004         Letto 5942 volte
Uno dei primi pensieri che nascono nella mente di chi ha subito un’intervento chirurgico che si è concluso con la realizzazione di una stomia è, di solito, quello della rarità della condizione: “Solo a me è capitata una simile disgrazia”. In realtà non vi è nulla di più sbagliato perché gli operati di stomia sono, in tutto il mondo, migliaia, centinaia di migliaia, se non addirittura milioni. Negli Stati Uniti d’America se ne contano più di un milione, in Inghilterra più di centomila così come in Francia, mentre in Italia il numero di questi operati si aggira intorno alle 43.000 unità, ovvero sono lo 0,08 % della popolazione. Le patologie che possono portare a questo tipo di intervento sono: tumori, malformazioni congenite, malattie infiammatorie, occlusioni intestinali, traumi. In generale, rispetto al passato, è diminuita la percentuale di stomie permanenti (sempre più si tratta di pazienti con anamnesi patologica seria) ed è aumentata quella delle stomie temporanee (pazienti che dopo pochi mesi vengono sottoposti ad intervento di ricanalizzazione risolutiva del problema); al tempo stesso è andata aumentando l'aspettativa di vita di questi pazienti. In secondo luogo la stomia, lungi dall’essere una “disgrazia”, è il mezzo grazie al quale si può riacquistare la salute quando questa è compromessa o minacciata da una qualunque malattia che sia localizzata in prossimità dell’orifizio anale. Che cos’è dunque una stomia? Sappiamo ormai che è una evenienza frequente e che può essere considerata come la parte finale ed essenziale della cura chirurgica di un gran numero di malattie. Diciamo ora che il termine stomia deriva da una parola greca che significa apertura e sta ad indicare una situazione particolare per cui l’intestino, anziché dall’ano, si svuota attraverso una apertura artificialmente creata sulla parete addominale. L’apertura si chiama quindi stomia o stoma o anche enterostomia. Lo stoma, dunque, è un vero e proprio organo a cui bisogna abituarsi, da trattare magari con delicatezza, ma anche e soprattutto con decisione. Insegnare a conseguire questo obiettivo è compito precipuo del chirurgo e dello stomaterapista, ma già dalla lettura di queste brevi note ogni portatore di stomia, cioè ogni stomizzato, potrà trarre utilissimi suggerimenti. Per prima cosa le denominazioni. Esistono infatti vari tipi di stomie che assumono nomi diversi a seconda del segmento di intestino col quale sono realizzate. Per meglio comprendere queste diverse denominazioni basterà ricordare che l’intero intestino si divide in due parti: l’intestino tenue e quello crasso, detto anche grosso intestino. Il primo, a sua volta, si divide in tre parti: duodeno, digiuno e ileo; il secondo, in due parti principali: il colon e il retto. Il colon, infine, si divide in cieco, colon ascendente, colon traverso, colon discendente e sigma. I segmenti più spesso utilizzati per realizzare le stomie sono l’ileo e il colon e quindi si parla di ileostomie e colostomie. Queste ultime, a seconda del segmento di colon impiegato, si chiamano ciecostomie, trasversostomie e sigmoidostomie. E’ logico, a questo punto, chiedersi perché tanti tipi di stomia, in che cosa differiscono tra loro, perché non vi è un solo tipo di stoma per tutti gli operati? Le risposte non sono semplici e, per essere esaurienti, richiederebbero spiegazioni tecniche di natura strettamente chirurgica. Possiamo comunque dire che esistono vari tipi di stomia perché varie sono le malattie o le sedi in cui le malattie si localizzano nell’ambito dell’intestino. Traducendo nella pratica questi concetti si ottiene, ad esempio, che l’ileostomia consegue alla soppressione dell’intero colon e del retto quando entrambi questi segmenti risultino irreversibilmente malati mentre la sigmoidostomia consegue alla asportazione del solo retto quando in esso è localizzata la malattia. Ciecostomia e trasversostomia fanno in genere seguito a situazioni intermedie tra le due estreme appena citate. Occorre infine ricordare che tutte le stomie possono essere temporanee o definitive a seconda degli scopi per cui sono state allestite. Quelle temporanee, realizzate in genere per mettere a riposo per un dato periodo il tratto di intestino subito a valle, vengono soppresse dopo alcune settimane o mesi e l’evacuazione torna ad aver luogo per via naturale. Quelle definitive, create per sostituire indefinitivamente la funzione evacuativa naturale minacciata dalla malattia, restano attive per sempre. Questa realtà non deve abbattere o sconfortare lo stomizzato che, viceversa, deve rendersi conto del fatto che, proprio grazie al suo stoma, ha sconfitto la malattia ed è in grado, terminata la convalescenza, di riprendere le sue attività. E’ dunque indispensabile che lo stomizzato sia perfettamente cosciente della sua condizione e conosca, almeno nelle linee generali, il funzionamento del nuovo organo di cui è portatore. L’ileostomia, per esempio, dà esito a deiezioni liquide o semiliquide costituite da acqua, bile, succhi intestinali e residui alimentari indigeriti. Le emissioni sono pressoché continue; la produzione di gas è scarsa e incostante e dipende quasi per intero dall’eliminazione dell’aria deglutita parlando e mangiando. L’alto contenuto di enzimi digestivi fa si che le deiezioni dell’ileostomia siano particolarmente irritanti per la pelle peristomale, quindi, deve essere protetta accuratamente. Quanto alla colostomia, essa emette feci del tutto simili a quelle che fuoriescono per via naturale e lo stesso vale per i gas che sono più abbondanti perché a quelli deglutiti si aggiungono quelli prodotti dalla fermentazione dei batteri del colon. Il ritmo delle emissioni è più cadenzato rispetto a quello dell’ileostomia e può essere ulteriormente controllato con diversi metodi (alimentazione, irrigazione).
Quanto detto finora riguarda le stomie intestinali; vi è poi un altro settore, altrettanto vasto ed importante, quello delle derivazioni dell’apparato urinario. Le derivazioni urinarie o urostomie, infatti, consistono nell’abbocamento di un tratto dell’apparato urinario alla parete addominale; lo stoma che ne consegue emette urina e viene allestito per creare una via artificiale di deflusso dell’urina quando quella fisiologica non è più in grado di funzionare. Nella maggioranza dei casi le affezioni dell’apparato urinario che impongono l’allestimento di una stomia urinaria riguardano la vescica, ed è proprio a seguito dell’asportazione di quest’ultima che la maggior parte delle urostomie vengono allestite. Le derivazioni urinarie si dividono in interne ed esterne. Nelle prime l’urina viene convogliata nell’intestino o in segmenti di esso opportunamente preparati e che si vuotano attraverso l’ano. Nelle seconde, che rappresentano le vere e proprie urostomie, l’urina viene condotta all’esterno attraverso l’abbocamento alla parete addominale dei due ureteri o di un segmento di intestino opportunamente isolato e preparato al quale, a sua volta, vengono collegati i due ureteri. Dal punto di vista tecnico, molteplici sono le derivazioni urinarie che possono essere allestite e, come per le stomie intestinali, prendono il nome dal segmento di apparato urinario usato per l’abbocamento. Si parla perciò di derivazioni interne (ureterosigmoidostomie) quando gli ureteri vengono abbocati direttamente al grosso intestino e le urine vengono emesse dall’ano insieme alle feci; diversa è l’ureterorettostomia con sigmoidostomia, nella quale gli ureteri vengono collegati all’ampolla rettale isolata (e le urine escono dall’ano) mentre l’intestino viene abboccato alla parete addominale (sigmoidostomia) per far uscire le feci separatamente. Fra le derivazioni esterne le più frequenti sono l’ureterocutaneostomia ed il condotto ileale, detto anche Bricker dal nome del chirurgo che l’ha ideato. Questi vari tipi di urostomie sono assai diverse tra loro ma hanno tutte in comune un punto importante: la necessità di essere accudite e controllate con scrupolo e meticolosità perché, se trascurate, possono andare incontro ad inconvenienti analoghi a quelli delle enterostomie (irritazioni cutanee, stenosi, prolasso) e per questo il contatto con il Centro di Riabilitazione (e quindi con l’urologo e lo stomaterapista) deve essere costante. Vi sono poi delle situazioni speciali, tipiche cioè delle urostomie, che richiedono particolare attenzione. Molte delle urostomie descritte richiedono, ad esempio, l’uso costante di cateteri tutori che debbono essere cambiati ad intervalli regolari; altre richiedono la periodica esecuzione di un esame batteriologico delle urine per sorvegliare che non si determino delle infezioni. Tutte le manovre relative a queste operazioni vanno eseguite al Centro di Riabilitazione dove l’urostomizzato può trovare l’aiuto e la competenza necessari a risolvere i suoi problemi, specialmente nelle prime fasi della sua nuova condizione.

INDIRIZZI UTILI:

www.aistom.org : Associazione Italiana Stomizzati

www.finco.org : Federazione Italiana INCOntinenti

www.aistompuglia.it: Associazione Pugliese Stomizzati

www.unict.it/scgt/sezione2/aistom.htm: AISTOM Catania

http://soalinux.comune.firenze.it/legatumori/pageok.htm: AISTOM Firenze

www.aioss.org: Associazione Italiana Operatori Sanitari in Stomaterapia

www.romacivica.net/aimar: Associazione Italiana Malformazioni Rettali

www.ostomyinternational.org: International Ostomy Association

FONTI:

Un giorno ho riscoperto la vita. CONVATEC (Divisione della Bristol-Myers Squibb)

I diritti degli stomizzati di Francesco Diomede (A.I.S.T.O.M.)

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