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I cento anni di guerra del sionismo, da Balfour (1917) a Trump (2017)

di G. Colonna 07 Dicembre 2017         Letto 252 volte

Lo scorso 2 novembre ricorrevano i cento anni dalla Dichiarazione Balfour, evento che ha marcato indelebilmente la storia dell'intero Medio Oriente contemporeaneo, poiché con quest'atto politico-diplomatico il governo inglese aprì la strada, sotto la pressione del movimento sionista, collegatosi ai vertici del potere britannico e statunitense nel corso della Prima guerra mondiale, alla nascita dello Stato ebraico, realizzatasi poi pienamente nel 1948.

Molti eventi epocali hanno segnato la drammatica storia di quest'area del mondo, che da allora non ha più conosciuto la pace: il crollo dell'Impero ottomano e la spartizione fra le potenze occidentali dei territori arabi; il controllo della produzione e delle riserve di petrolio, anch'esso divenuto fattore strategico durante la Grande guerra dopo che la flotta inglese convertì i suoi propulsori navali a questo carburante; la formazione dello Stato di Israele e le ripetute guerre che dal 1948 ad oggi gli hanno consentito di raggiungere un livello di potenza militare e di influenza politica planetaria; la nascita, la diffusione, e quindi l'annientamento del nazionalismo arabo, di cui il regime di Bashir Assad, dal 2011 oggetto di un violentissimo processo di destabilizzazione, è l'ultimo epigono; la diffusione dell'integralismo islamico, prima foraggiato dall'occidente durante la Guerra Fredda, sia in funzione anti-comunista che anti-nazionalista, poi presentato quale nemico mortale e divenuto strumento di una nuova “strategia della tensione” internazionale; la crescente contrapposizione fra l'Islam shiita guidato dall'Iran, protagonista della rivoluzione khomeinista del 1979, e l'Islam integralista dei wahabbiti in Arabia Saudita, inattacabile pilastro del sistema di controllo occidentale delle risorse petrolifere fin dal 1943, con l'accordo fra Roosevelt ed il re predone Ibn Saud. Solo per ricordare alcuni dei processi che hanno forgiato la situazione presente.

Proprio in coincidenza con questo anniversario epocale, negli ultimi mesi abbiamo assistito, in questo teatro geopolitico fondamentale per gli equilibri di potenza internazionali e dunque per la pace mondiale, ad una serie di sviluppi ai quali si deve guardare con grande attenzione, poiché la probabilità di un conflitto, rivolto a dare un assetto definitivo a quest'area totalmente destabilizzata dai diretti interventi occidentali in Iraq ed in Afghanistan fra il 1991 ed il 2003, appare sempre più probabile.

Il rapido dissolversi delle aspettative suscitate mediaticamente dalla cosiddetta “primavera araba” ha mostrato quanto essa fosse in realtà semplicemente rivolta a demolire gli ultimi due regimi del Medio Oriente allargato, Gheddafi in Libia e gli Assad in Siria, sopravvissuti alla neutralizzazione delle classi dirigenti arabe, laiche e nazionaliste, ispirate negli anni Sessanta da un socialismo di tipo populista ed anticomunista. L'aprirsi del tremendo conflitto siriano, che, secondo i calcoli saudita-occidentali, avrebbero dovuto risolversi in pochi mesi, ha avuto un effetto complessivamente devastante, poiché ha completato il processo di disgregazione delle entità statali dell'intero Medio Oriente, lungo una fascia che oggi corre dal Kurdistan fino al Mare Mediterraneo, dall'Iran al Libano – realizzando per la prima volta in un secolo l'unificazione su di un'unica linea di frattura di una molteplicità di conflitti via via accumulatisi: quello curdo-turco, quello sunnita-shiita, quello israelo-libanese-iraniano.

Tutto questo è avvenuto mentre gli Stati Uniti d'America andavano progressivamente focalizzando il proprio sistema di potenza sull'Oceano Pacifico, come nuovo baricentro degli interessi mondiali nordamericani: spinti a questo dal crescere della potenza cinese e dal pericolo del costituirsi di un asse indo-russo-cinese in grado di controllare lo Hearthland mondiale – costante preoccupazione di lungo periodo di ogni stratega americano. La sostanziale incapacità degli Usa, dopo il loro intervento diretto coi suoi costi insostenibili, di costruire una pace in Medio Oriente ha fatto sì che le amministrazioni Usa accolgano oggi le indicazioni strategiche di quella classe dirigente mista americano-israeliana che disegna la politica mediorientale nordamericana. Una classe dirigente, che, come abbiamo mostrato altrove, da lungo tempo, vale a dire almeno dalla fine degli anni Ottanta del XX secolo, suggeriva non disinteressatamente di delegare allo Stato di Israele la tutela degli interessi dell'America in Medio Oriente – ciò che oggi avviene pienamente. Oggi, questa nuova classe dirigente, è bene impersonata da Jared Kushner, autorevole genero del presidente Trump, membro di influenti istituzioni del sionismo statunitense, che ha di fatto delegato a lui la gestione dei rapporti con Israele e con gli alleati arabi mediorientali. Al giovane Kushner, ma più precisamente a quell’ambiente culturale nordamericano che attribuisce un valore ideologico determinante allo Stato ebraico, si ascrive oggi il riconoscimento che gli Stati Uniti d'America hanno testé fatto di Gerusalemme come capitale eterna e inviolabile dello Stato di Israele, secondo le aspettative sioniste. Un evento che, a cento anni dalla dichiarazione Balfour, assume un significato sintomatico del livello a cui questo storico movimento è oggi giunto nell’Occidente anglo-sassone e nel mondo.

Che si sia pronti ad accettare tutte le conseguenze di questa decisione, è evidente: si potrebbe addirittura ipotizzare che questa decisione giunge proprio quando si è ormai certi di aver predisposto il quadro politico e militare necessario e sufficiente a sostenerne fino in fondo tutti i possibili contraccolpi. Sintomo non banale di questo deciso atteggiamento, che ha quasi il sapore di una sfida alla comunità internazionale, è stata l'inaugurazione lo scorso settembre della prima base Usa con personale americano ufficialmente stabilita nello Stato di Israele, all'interno della Mashabim Air Base israeliana, nel deserto del Negev: e dunque in tutto e per tutto vincolata alla catena di comando ed al controllo dello Stato ebraico.

Il coinvolgimento nel conflitto siriano della Russia di Putin, dimostratasi assai più efficiente sul piano militare di quanto non siano apparsi gli Stati Uniti e la Nato, in questa luce conferma il significato che ad esso abbiamo attribuito, per altro classico dai tempi della Guerra Fredda: vale a dire di garanzia della stabilizzazione del conflitto, come tale bene accetta anche ad Israele, dato che la prima cosa di cui si sono preoccupati gli Stati maggiori russi è stata incontrare i loro omologhi israeliani, evidentemente per dare assicurazioni in tal senso. Questa logica è stata confermata anche negli ultimi mesi, dal fatto che nessuno dei velivoli israeliani che, violando lo spazio aereo libanese, hanno ripetutamente colpito la Siria, compresa la capitale Damasco, è stato mai oggetto di alcuna azione né difensiva né controffensiva, nonostante la completa copertura di quest'area da parte della efficiente sorveglianza elettronica russa.

Ora, il recente attacco israeliano in Siria contro un'installazione militare a quanto pare dell'Iran, il 2 dicembre scorso, appare indicativo di quanto la creazione di quella faglia conflittuale che parte dal Mediterraneo per giungere all'Iran possa dimostrasi pericolosa sul piano bellico. Merita per questo approfondire un attimo i fatti. Dallo scorso 5 settembre fino al 14 dello stesso mese, si è svolta la più grande esercitazione militare israeliana di tutti i tempi, che ha coinvolto 25mila uomini di 20 brigate di tutte le specialità, unità aree e navali, di superficie e sottomarine, l'intelligence, lo Home Front Command, il comando generale delle forze armate israeliane, simulando lo "scenario estremo" di un conflitto oltre la frontiera settentrionale, vale a dire in Libano e oltre il Golan in Siria.

Il 17 ottobre, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si è incontrato con il ministro della difesa russo, Sergei Shoigu a Gerusalemme per discutere la questione della presenza militare iraniana in Siria, dopo la vittoriosa campagna contro l'Isis. Netanyahu in questa occasione chiarisce a Shoigu che “l'Iran deve comprendere che Israele non permetterà mai questo”.

Dal 5 al 10 novembre si è poi svolta, dalla base israeliana di Ouvda nel sud del paese, l'esercitazione Blue Flag 2017, alla quale hanno preso parte mille uomini e 70 velivoli da combattimento israeliani e di altri sette paesi: F-16 di Stati Uniti, Grecia e Polonia, Tornado dell'Italia, Eurofighters della Germania, Mirage 2000 della Francia, oltre ad alcuni C-130Js dell'India. Un'esercitazione area congiunta cui mai in precedenza si era vista una simile partecipazione.

Lo stesso giorno in cui termina questa imponente manovra militare multinazionale, la Bbc dà notizia, attribuendola a non meglio precisate “fonti occidentali”, della creazione da parte iraniana di una base militare presso El-Kiwash, località situata a quattordici chilometri da Damasco e ad una cinquantina dalla frontiera israeliana sul Golan. Le immagini sono fornite da una società privata inglese, la Mckenzie Intelligence Services, diretta da Forbes Mckenzie, costituita da "veterani dell'intellingence britannica passati al settore privato": la società, che fa uso delle più avanzate tecnologie satellitari, afferma di “utilizzare qualificati analisti Nato” per l'intepretazione dei dati, e precisa di aver stabilito dei National Fusion Centers, vale a dire dei centri di raccolta informazioni, in diversi paesi dell'Africa, oltre che in Iraq e Afghanistan. Vi sono a questo punto pochi dubbi su chi abbia motivo di rendere pubbliche queste spettacolari foto satellitari proprio nei giorni in cui si conclude la grande esercitazione aerea multinazionale; in cui Putin e Trump si incontrano a Danang, dopo un rincorrersi di smentite e conferme sull'attuazione di questo incontro; due giorni dopo che Usa Russia e Giordania hanno sottoscritto a Damasco un memorandum di intesa sul cessate il fuoco generale nel sud della Siria, accordo al quale Israele aveva già manifestato la propria netta contrarietà in luglio; alla vigilia del riconoscimento Usa di Gerusalemme come capitale eterna e inviolabile dello Stato sionista.

A seguito delle foto rese pubbliche dalla Bbc, il 19 novembre, in una telefonata che sarà riportata dalla tv israeliana Canale 10, Netanyahu chiarisce al premier francese Macron che “Israele ha tentato fino ad ora di non intervenire negli avvenimenti siriani. Ma, dopo la vittoria sullo Stato Islamico, la situazione è mutata perché forze filo-iraniane hanno assunto il controllo della situazione. D'ora in avanti, Israele considera le attività dell'Iran in Siria come obiettivi militari per cui non esiteremo ad agire se la nostra sicurezza lo richiederà".

Il 21 novembre, subito dopo un incontro a livello di ministri degli esteri di Russia Iran e Turchia ad Antalya, ed alla vigilia del vertice di Sochi del 22 novembre fra i presidenti dei tre Paesi, il premier israeliano parla questa volta direttamente con il presidente russo Putin, al quale ribadisce quanto ha già detto a Macron.

In questo contesto, lungo le stesse linee direttrici, si deve anche inquadrare l'impressionante accelerazione della situazione in Arabia Saudita, che è il secondo partner degli Stati Uniti d'America per importanza strategica nella regione: un partner al quale da sempre sono stati delegate molte delle operazioni più delicate in cui il fattore islamico è stato utilizzato spregiudicatamente dall’Occidente a sostegno della propria politica di potenza – dall’utilizzo anti-terzaforzista negli anni della Guerra Fredda, dalla formazione dei talebani in Afghanistan per dare un colpo decisivo all’Urss, al ruolo di piattaforma di lancio delle offensive occidentali contro l’Iraq, alla destabilizzazione della Siria, fors’anche all'esecuzione degli attacchi alle Twin Towers del 2001, osiamo ipotizzare.

Proprio in questi ultimi mesi, coincidenti con la preparazione dell’evento storico del riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, l’Arabia Saudita, per meglio dire una nuova leva di oligarchi sauditi, cresciuti nel clima di integrazione politica e finanziaria con i centri del capitalismo anglo-sassone, ha dato vita ad una potente spinta modificatrice degli assetti sauditi: dall’intensificazione del conflitto nello Yemen, all’ostracismo contro il Qatar, vuoi per il suo aperturismo all’Iran ma soprattutto per il ruolo di competitor del rapporto privilegiato con l’Occidente, fino all’incredibile vicenda della “cattura” del premier libanese Hariri, rimasto alcuni giorni in ostaggio del governo saudita, fino a quando, con la garanzia del presidente francese Macron, non ha dato garanzie sulla volontà di estromettere l’Iran dal Libano e forse anche di più, l’impegno a contrastare l’ormai troppo potente Hezbollah in Libano. Una vicenda, è il caso di aggiungere, che è stata accolta nella più totale indifferenza da parte europea, nonostante fosse ben chiaro il peso della posta in gioco per la nostra sicurezza - oltre che per quel poco che resta del diritto internazionale.

Tutto sembra pronto quindi per prossime decisive mosse rivolte a ridisegnare il Medio Oriente secondo le linee strategiche affermate negli ultimi cento anni dal movimento sionista, fattosi potenza internazionale con lo Stato di Israele. O queste mosse saranno accolte supinamente, con il beneplacito della Russia di Putin, la rabbiosa accettazione dell’Iran e la definitiva disgregazione del Libano – oppure avremo un nuovo conflitto, che potrebbe essere a bassa intensità, ma potrebbe anche suscitare imprevedibili effetti a catena.

L’Europa porta una gravissima responsabilità, per non avere saputo distinguere la propria posizione da quella anglo-sassone; per avere mantenuto la Nato come proprio strumento militare, ben sapendo che esso non ha mai operato a favore dell’unità del nostro continente; per avere incoraggiato la penetrazione militare e tecnologica israeliana nei centri nevralgici della sicurezza europea. Un discorso a parte meriterebbe poi  la situazione italiana, nella cui storia gli ultimi decenni hanno dimostrato, insieme ad una progressiva rinuncia ai nostri interessi strategici essenziali, un acritico accoglimento di tutti i desiderata israeliani. Le ragioni di questo completo allineameno italiano, e della sua rilevanza per la stessa politica interna del nostro Paese, è una storia ancora tutta da scrivere.

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