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La relazione Fioroni sul caso Moro e la sovranitŕ limitata dell’Italia

di G.S. 30 Dicembre 2016         Letto 825 volte
Nel quasi generale disinteresse dei grandi mass-media, è stata pubblicata lo scorso 20 dicembre la seconda relazione sui lavori svolti dalla Commissione parlamentare di inchiesta, “commissione Fioroni” dal nome del suo presidente, sul rapimento e la morte di Aldo Moro.
Può sembrare strano e per molti versi paradossale che non si sia giunti ancora oggi ad una verità accettabile, a quasi quarant'anni dal sequestro del presidente democristiano, avvenuto a Roma il 16 marzo 1978 e conclusosi con la sua uccisione ed il ritrovamento del suo corpo in via Caetani, il 9 maggio seguente. Questo nonostante il cosiddetto “caso Moro” sia stato oggetto, oltreché di ripetute attività giudiziarie, anche di accertamenti da parte di numerose commissioni parlamentari di inchiesta, tra le quali ricordiamo la "prima Commissione Moro" del 1979; le due Commissioni stragi, costituite rispettivamente nel 1986 e del 1988, la cui ultima ha visto prorogate le sue attività per un decennio, fino al 1996; la Commissione d'inchiesta sulla loggia massonica P2, costituita nel 1981 e prorogata nel 1983; infine quella concernente il «dossier Mitrokhin» e l'attività d'intelligence italiana, istituita nel 2002.
La relazione pubblicata pochi giorni fa, nelle sue duecento pagine, mette in evidenza il perdurare ancora oggi di singolari lacune e zone d'ombra che già da sole sono la conferma, per chi ha avuto modo in questi quarant'anni di studiare le vicende del terrorismo e dello stragismo degli anni Settanta e oltre, della specifica condizione del nostro Paese nel secondo dopoguerra: un Paese limitato nella sua sovranità nazionale ed etero-diretto da un nucleo egemone di poteri condizionanti, operanti dietro il paravento di un sistema di democrazia partitocratica incapace di recuperare all'Italia la sua indipendenza e di sviluppare una propria autonomia politica.
Questo è infatti a nostro avviso il denominatore comune dele acquisizioni che anche la commissione Fioroni è stata capace di raccogliere nel suo lavoro: tutti fatti già in qualche modo emersi in passato, ma sorprendentemente non utilizzati. La mancata precisa individuazione dei covi brigatisti; la lacunosa ricostruzione della dinamica esatta dei movimenti degli attentatori subito dopo il cruento rapimento; il ruolo effettivo del centro Hyperion e del gruppo dei suoi costitutori; il ruolo della ‘ndrangheta, che sembra ora confermato dalla presenza di un suo esponente di spicco proprio in via Fani; lo sviluppo di trattative tra Stato e BR, condotte segretamente anche su canali internazionali, e poi improvvisamente lasciate cadere; la profonda penetrazione di servizi segreti italiani ed esteri all'interno del mondo della sinistra extra-parlamentare e del suo cosiddetto “partito armato”; la presenza costante di figure di snodo, operanti fra servizi segreti, criminalità organizzata e ambienti di vertice dello Stato. Tornano quindi tutti gli ingredienti ormai classici nelle ricostruzioni più spregiudicate ed analitiche dei drammatici fatti italiani di terrorismo, eversione, stragi, tentati golpe, delitti eccellenti.
Le nuove acquisizioni ed i nuovi filoni d'indagine proposti da questa relazione, ad un'occhio attento, non fanno in definitiva altro che inserirsi o meglio collocarsi tra i pezzi mancanti di questo tragico puzzle nel quale molti cittadini innocenti, molti servitori dello Stato, molti giovani in cerca della rivoluzione hanno perso la vita, mentre altre decine hanno bruciato la loro esistenza in carcere, senza che tutto questo abbia minimamente modificato i dati di fondo di un sistema di potere che ancora oggi riproduce le sue classi dirigenti entro lo stesso schema di costante dipendenza dai grandi centri del potere mondiale, indipendentemente dal voto degli elettori e dalle lotte di partito e delle lobby affaristiche che gli si affiancano.
Il raffinato meccanismo strategicamente rivolto a "destabilizzare per stabilizzare" è stato messo in luce ormai più di un quarto di secolo fa, in modo estremamente chiaro e documentato, da Vincenzo Vinciguerra, uno degli uomini che hanno più tragicamente vissuto quelle vicende, e certo il primo che ne ha preso coraggiosamente e lucidamente coscienza, facendo luce, nel suo libro Ergastolo per la libertà, sulle concrete modalità operative con cui quel meccanismo operava in Italia e non solo in Italia: intuizioni e ricostruzioni storiche che sono state poi via via confermate da un'incredibile quantità di elementi, dalla scoperta delle reti Stay-behind fino appunto ai rapporti organici fra servizi segreti, mafie e centri decisori dello Stato.
Ricordare ancora questa storia, che può sembrare ormai lontana, è invece un'esigenza essenziale del presente, soprattutto nei momenti come questo, in cui sembra che basti cambiare l'assetto istituzionale o mutare governo, per risolvere i problemi del Paese. Questo rimane il nodo decisivo della nostra storia attuale: chiunque voglia davvero cambiare il nostro Paese, risvegliandone le capacità e le energie, dovrà per prima cosa confrontarsi con questa storia, per trarre da essa indicazioni su come si possa e si debba liberare l'Italia dal sistema a sovranità limitata che ci ha poco a poco condotto all'attuale vicolo cieco.
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