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Il libro di Pierluigi Battista, Mio padre era fascista

di a cura di G. Colonna 08 Settembre 2016         Letto 703 volte

Certo non è facile oggi trovare spunti per credere in un futuro migliore per l'Italia: per questa ragione, quando capita d'imbattersi in qualcosa di positivo, lo si deve segnalare energicamente ai propri concittadini.

È il caso del libro dell'affermato giornalista Pierluigi Battista, Mio padre era fascista (Mondadori, Milano, 2016), terminato il quale ci è venuto di pensare che qualcosa d'importante si sta forse muovendo nella coscienza profonda del nostro popolo, nonostante il clima plumbeo in cui viviamo, di distrazione e lontananza da tutto quello che è importante, vitale, decisivo per un popolo.

Sono numerose le ragioni per cui la lettura di questo libro può far bene, la prima delle quali è certo l'onestà intellettuale di cui Battista dà prova nel raccontare, in modo che riesce ad essere insieme distaccato e straziatamente partecipe, la storia del suo rapporto con il padre, fascista repubblichino; e riuscendo a spiegare, in modo estremamente lineare e diretto, l'importanza di questo contrastato rapporto sia sul piano personale che su quello collettivo di un Paese.

Molto più di decine di ponderosi lavori storiografici, saggi politici o analisi sociologiche, questo libro affronta le conseguenze del nodo che ha tragicamente stretto la vita del nostro popolo a partire dall'8 settembre 1943, determinando una guerra civile protrattasi fino all'aprile del 1945, in una scia di sangue e di odio che da sempre contraddistingue questo tipo di conflitti – ma al quale si è attribuito valore fondante per la successiva storia civile dell'Italia. In modo sobrio, lucido, a tratti delicatamente ironico, senza cadute sentimentalistiche, senza compiacimenti retorici, Battista mette in luce, attraverso il racconto dei suoi rapporti con il padre, l'esistenza di un'Italia parallela ed esclusa, quella dei fascisti “esuli in patria”, in quanto rimasti fedeli al fascismo fino alla fine: un'esclusione che è stata prolungata oltre la vita stessa dei protagonisti, impedendo in tal modo che il fascismo stesso trovi una sua collocazione nella continuità della nostra storia comune.

Battista, non avendo i doveri dello storico, non ha dovuto indagare sulle ragioni di questa prolungata esclusione, ha semplicemente testimoniato che essa è stata percepita come eticamente inaccettabile e intollerabile dai fascisti repubblichini che in buona fede avevano optato in nome dell'onore d'Italia di stare da quella parte. È dunque una testimonianza ed un riconoscimento dell'umana coerenza e purezza di ideali di chi aveva compiuto quella scelta, che certo poteva non essere condivisa, ma che meritava comunque il rispetto anche da parte di chi si è ritenuto alla fine il vincitore, di chi ha ritenuto di aver scelto “la parte giusta„ della storia.

È un libro coraggioso anche nel ristabilire, ripercorrendo le scelte di indipendenza dal padre fascista di un figlio adolescente, i corretti rapporti etici con quell'antifascismo politico, giudiziario e dei mass media che non ebbe la forza morale di fare autocritica nemmeno davanti alle vittime innocenti dell'atroce rogo di Primavalle (17 aprile 1973), come stigmatizza in poche righe Battista:

Non mi colpivano tanto i miei coetanei, ignoranti e superficiali come me. Ma i padri della Patria che pretendevano di incarnare il mondo rispettabile, che godevano di ottima reputazione e che volevano occultare le turpitudini dei loro figli assassini. E che usavano l'antifascismo per tacere di una strage che aveva colpito i fascisti. Che non erano stati turbati da nessuna scossa, da nessun soprassalto emotivo, da nessun senso di sconfinata ingiustizia per la morte atroce di un bambino bruciato vivo, solo perché era figlio di un fascista. Un figlio di fascista anche lui, come me„.

Ma l'elemento sintomaticamente più importante di questo bel libro è il fatto, espresso attraverso un passaggio autobiografico finale davvero intenso e singolare, che è giunto da tempo il momento di dare sepoltura ai morti, una sepoltura degna, nella quale cioè l'esigenza della verità storica sia accompagnata dal riconoscimento della dignità di tutti i caduti, accanto all'indegnità di tutti i crimini commessi. Seppellire i morti della guerra civile non significa cancellare la memoria di quanto accaduto: anzi, deve moltiplicarsi lo sforzo per meglio conoscere e comprendere tutto la storia di quegli anni, coi suoi numerosi interrogativi. Ma, allo stesso tempo, vuol dire che dobbiamo ormai accogliere nella nostra storia di Italiani, come parte del fardello morale di ognuno di noi, il peso delle colpe e degli errori e insieme la luce della coerenza, dei sacrifici e degli eroismi da chiunque siano stati compiuti, anche di quella storia.

Il libro di Battista è quindi uno stimolo forte a iniziare quest'opera, in assenza della quale l'Italia è destinata moralmente a polverizzarsi ovvero a ripercorrere, magari in forme diverse, quelle stesse tragedie.

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