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Rapporto Chilcot: le menzogne inglesi sull'invasione dell'Iraq

di G. Colonna 09 Luglio 2016         Letto 1207 volte

È poco definire banale la maniera con cui la stampa, in primo luogo italiana, ha accolto le conclusioni del “rapporto Chilcot”, la commissione parlamentare d’inchiesta inglese che ha riesaminato le modalità con cui la Gran Bretagna affiancò gli Usa nella decisione di invadere l’Iraq nel 2003.

Stiamo parlando della decisione di attaccare un Paese sovrano, senza alcun accordo da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: anzi, in chiaro disaccordo con la maggioranza di esso, a partire dalla Francia, che l’allora presidente Chirac oppose nettamente, insieme a Russia e Cina, alla volontà bellicista delle potenze anglo-sassoni.

Stiamo parlando del conflitto che ha portato alla disintegrazione dell’Iraq; alla disgregazione delle sue forze militari e politiche; alla guerra civile-religiosa fra sciiti, sunniti e curdi all’interno del Paese; a oltre 250.000 vittime, tra civili e militari.

Stiamo parlando del conflitto che ha aperto la via alla polverizzazione delle entità statali laiche del Vicino Oriente (dopo l’Iraq, infatti, è toccato alla Siria) ed alla nascita di quell’entità politico-religioso-militare, il califfato islamico sorto appunto sulle ceneri di Siria e Iraq, che oggi è obiettivo di nuovi interventi militari occidentali (Usa, Francia, UK) e da ultimo persino della Russia: un’entità islamista cui si attribuisce la paternità dell’uccisione di 9 nostri connazionali a Dacca e di un attentato che, nelle stesse ore, è costata la vita a 250 iracheni a Baghdad.

Parlare dell’invasione dell’Iraq nel 2003 significa quindi parlare delle cause storiche di quella che oggi viene definita la principale minaccia alla sicurezza del mondo occidentale, mediaticamente descritta come “terrorismo islamico”: lo hanno riaffermato proprio, riuniti in questi giorni a Varsavia, i vertici politico-militari della Nato, l’alleanza occidentale di cui Usa e Gran Bretagna sono pur sempre le nazioni fondatrici e leader.

Per queste ragioni, anche soltanto la “sintesi” del rapporto Chilcot (150 pagine, rispetto ad oltre 5000 della versione integrale) costituisce un documento di straordinaria gravità perché dimostra come l’intera condotta politica di Stati Uniti e Gran Bretagna sia stata improntata all’uso abituale, continuo e strategico dell’inganno. Non esistevano le armi di distruzione di massa (WMD), la cui presenza venne data per certa per motivare l’intervento militare; l’Iraq era invece pronto a sottostare a tutte le condizioni poste dalle Nazioni Unite per verificarne la presenza, pur di evitare l’invasione; non esistevano elementi per sostenere che l’Iraq fosse in rapporto con Al Qaeda né col terrorismo anti-occidentale; al contrario, gli stessi servizi segreti inglesi avvertirono il loro governo che un intervento militare in Iraq avrebbe favorito il proliferare di cellule terroristiche in Europa, come reazione all’invasione occidentale; non vi era nemmeno alcuna evidenza di un collegamento fra la supposta presenza di armi di distruzioni di massa in Iraq ed il terrorismo internazionale; non si elaborarono strategie chiare per la sistemazione del Medio Oriente dopo la guerra, nonostante si fosse giustificata l’invasione in nome del democracy building.

Nel rapporto si possono seguire passo passo le spericolate evoluzioni mediatiche, giuridico-legali e diplomatiche con cui Tony Blair ha potuto forzare la mano al proprio governo ed al Parlamento, pur di arrivare alla guerra. Lettura davvero interessante, che sfata il mito della democrazia inglese, mostrando in modo lampante come un primo ministro britannico sia in grado di dirigere in modo dittatoriale il Paese, manipolando le informazioni essenziali, in spregio alla rappresentanza popolare ed alla pubblica opinione.

Trovano quindi conferma completa le opinioni, ritenute “complottiste” e “guerroccultiste” di quanti, fra i quali è chi scrive*, per anni hanno sostenuto che nulla di quanto Usa e Gran Bretagna hanno affermato per giustificare il proprio intervento in Medio Oriente era vero: tale conferma ci viene ora da un atto ufficiale dello stesso Parlamento inglese. Senza che questo, riteniamo, ci possa far sperare purtroppo in una cambiamento della politica internazionale della Gran Bretagna - almeno a stare alle prime reazioni al rapporto da parte dello stesso Blair e dell’attuale primo ministro Cameron.

Dovremmo dire che la politica inglese e quella statunitense dimostrano una volta di più di basarsi sul travisamento della verità fattuale, sul metodico inganno delle opinioni pubbliche, sull’uso strumentale dei mass-media, dei quali i governi detengono un controllo sempre più pervasivo e diffuso.

Chi, coinvolto in questi meccanismi, ha cercato di tirarsene fuori, ha pagato con la vita. È il caso ad esempio dello sfortunato dottor David Kelly, scienziato esperto di armi batteriologiche: dopo essere stato parte della Operation Rockingham (l’operazione di controllo e manipolazione delle ispezioni AIEA e ONU in Iraq, così come l’Office of Special Plan statunitense), aveva probabilmente cominciato a nutrire seri dubbi sull’operato del suo governo, lasciando filtrare indiscrezioni in tal senso alla stampa. Finito sotto i riflettori mediatici, dopo pochi giorni si è ritrovato con le vene tagliate in un bosco, vittima di un opportuno suicidio verificatosi con perfetto tempismo.

Lascia tuttavia stupiti il fatto che i nostri mass-media, davanti a un quadro tanto chiaro e documentato, non si pongano mai le domande di fondo. Perché Blair e Bush hanno ingannato i loro popoli? Perché la guerra contro l’Iraq si doveva fare ad ogni costo? Perché rischiare di destabilizzare l’intero Medio Oriente? Quali obiettivi la classe dirigente anglo-sassone continua a perseguire attraverso queste guerre che non portano mai alla pace, ma che anzi moltiplicano i conflitti? Chi trae benefici da queste strategie di guerra? Queste domande, alle quali per parte nostra abbiamo da tempo cercato di fornire documentate risposte, i nostri giornalisti non le pongono all’opinione pubblica: eppure sono le uniche in grado di demolire i castelli di carta magistralmente costruiti da almeno un secolo dalla deception anglosassone e di farci comprendere la vera natura di quell’imperialismo.

* G. Colonna, Medio Oriente senza pace, Edilibri, Milano, 2009.

 

 

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