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La grande ipocrisia nella guerra contro il terrorismo islamico

di G.C. 31 Gennaio 2015         Letto 1833 volte
Di rado capita in uno stesso giorno, precisamente il 30 gennaio scorso, di trovare nei nostri quotidiani ben quattro articoli che da soli basterebbero a proclamare che, nel presunto "scontro di civiltà" contro l'integralismo islamista, il re è ormai nudo.
Sul Sole 24 Ore, un Alberto Negri come sempre lucido e in buona fede, in poche righe evidenzia come la politica interventista dell'Occidente ha dimostrato un'incapacità totale di sciogliere i nodi del Vicino Oriente: problemi che si sono anzi via via complicati, rispetto allo stesso quadro complessivo di cui ho scritto nel mio Medio Oriente senza pace.
"Il Medio Oriente - scrive Negri - rigurgita di interrogativi senza risposta che corrispondono ad altrettante guerre o conflitti interni. Che accade sul Golan tra Hezbollah e Israele? Ce la farà l'Egitto a tenersi in piedi e a contenere i jihadisti in Sinai? Cosa avverrà in Siria e Iraq se il Califfato sarà sconfitto? Come verrà divisa la Mesopotamia? E dove va la Turchia? Accetterà mai Ankara uno stato curdo? Ci saranno ancora attentati dei jihadisti in Europa? Il petrolio scenderà ancora? Si farà l'accordo sul nucleare con l'Iran che potrebbe cambiare i dati di tutta la regione? Per nessuna di queste domande c'è una risposta soddisfacente. Non ne ha una neppure il leader più potente di tutti, Barack Obama, che vaga per il Medio Oriente ascoltando le lamentele dei sauditi su Assad e l'Iran e presto si vedrà arrivare in casa Netanhyau senza neppure averlo invitato".
Quanto grande sia la responsabilità occidentale nella progressiva destabilizzazione del Vicino Oriente, lo spiega sinteticamente ad un lettore del Corriere della Sera Sergio Romano, un altro commentatore raro per onestà intellettuale e chiarezza di linguaggio:
"Per più di un decennio - scrive Sergio Romano - vi sono stati nel Medio Oriente allargato due grandi campi di battaglia [quello dell'Afghanistan e quello dell'Iraq], vale a dire luoghi che si prestano ad attrarre e addestrare volontari, palestre di guerra dove gli elementi più fanatici competono per la leadership scavalcandosi a vicenda sul terreno della crudeltà e della ferocia. Non è tutto. Un terzo campo di battaglia si è aperto in Libia dopo l'operazione punitiva contro Gheddafi, voluta soprattutto da Francia e Gran Bretagna, nella primavera del 2011. Anche in questo caso un'apparente vittoria militare ha avuto per risultato un Paese ancora più caotico e ingovernabile di quanto fosse nella fase che precedette l'inizio dei bombardamenti. Anche in questo caso le democrazie occidentali hanno contribuito ad aggravare, con le loro scelte politiche, il malessere e la turbolenza del mondo musulmano".
Noi aggiungiamo oggi a questi due grandi campi di battaglia anche la Siria, che da quasi cinque anni è teatro di una guerra che l'ha di fatto disintegrata come Stato. Dunque, l'incapacità o la non volontà di riportare la pace dopo avere iniziato queste guerre è la responsabilità morale gigantesca che pesa sull'Occidente anglosassone in modo particolare, e sugli altri Paesi occidentali che l'hanno seguito pedissequamente, per calcolo, impotenza, passività delle loro classi dirigenti. Ma la chiave di questa apparente incapacità di portare la pace dopo la guerra la si coglie forse grazie al terzo breve articolo. Sul Corriere della Sera, Fabio Cavalera ci parla della campagna acquisti che la famiglia al-Thani, regnante sul Qatar (uno Stato "patrimoniale" di stampo medievale per gli standard occidentali), ha sviluppato a Londra, nel mentre in Medio Oriente infuriano guerre, attentati, massacri, scontri di religione, persecuzioni, repressioni. "Londra è il terreno di caccia preferito della famiglia Al Thani che possiede i magazzini Harrods, lo Shard (disegnato da Renzo Piano), il palazzo della Shell, il villaggio olimpico, il quartiere residenziale di Chelsea Barracks, Cornwall Terrace attorno a Regent's Park, il 50% del "Walkie Talkie" (nuovo grattacielo nella City) e persino la sede dell'ambasciata americana in Grosvenor Square. Poi il 20% del mercato di Camden, il 25% della catena Sainsbury, l'8% del London Stock Exchange (la Borsa), il 7% di Barclays".
Mentre dunque l'Occidente dà caccia spietata ai "miserabili" fanatici islamisti eruttati dalle periferie di Londra, Parigi, Bruxelles, i padroni arabi del petrolio comprano immobili e quote finanziarie proprio nel cuore dell'Occidente capitalista, laico, miscredente. Quale storico del futuro potrà non tenere conto di questa evidente contraddizione e dell'ipocrisia ch'essa manifesta in modo tanto macroscopico? Come non approfondire meglio le ragioni per cui la famiglia al-Thani finanzia e arma i gruppi armati jihadisti in Libia, Libano e Siria, mentre compra i gioielli della storica capitale del mondo anglosassone, cuore della finanza mondializzata? Perché mai siedono negli stessi consigli di amministrazione delle grandi multinazionali finanziarie gli uomini che foraggiano l'integralismo islamista insieme ai più accesi propugnatori della "guerra di civiltà" contro il terrorismo jihadista? Perché mai sono così solidi gli storici legami fra le grandi dinastie superstiti occidentali, oggi al centro di una fitta rete di interessi economico-finanziari, e i più alti esponenti delle monarchie del Golfo Persico?
Quando ci si pongono queste domande, l'inganno della "guerra santa" e della contro-guerra santa risulta in tutta chiarezza; così come chi sono i beneficiari finali della destabilizzazione permanente del Medio Oriente.
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