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Il Libano e l'internazionalizzazione della crisi siriana

di Alfatau 06 Agosto 2012         Letto 1190 volte
Uno degli effetti più pericolosi del crescente processo di destabilizzazione del Medio Oriente è sicuramente il riflesso che la crisi del regime di Assad in Siria potrebbe avere sul precario equilibrio interno del Libano.
Lo scorso 13 luglio, il vice-segretario di Stato Usa William Burns, al termine di una serie di incontri con le maggiori autorità del Paese, aveva rilasciato una dichiarazione ufficiale nella quale si ribadiva "l'interesse degli Stati Uniti d'America a mantenere il Libano isolato dalla violenza in Siria", pur invitando il Paese dei cedri a proteggere gli oppositori del regime siriano, oltreché i profughi e i disertori.
Attualmente, si ritiene che i profughi siriani in Libano superino le 70.000 unità e sono principalmente presenti nella regione settentrionale di Wadi Khaled, nella valle della Bekaa e a Beirut: a parte qualche centro di accoglienza, la maggior parte di queste persone è ospite di famiglie libanesi o siriane che le hanno accolte sulla base di legami familiari o di carattere religioso, specialmente nelle aree sunnite del nord.
Il 31 luglio poi, il gen. Jean Kahwaji, comandante in capo delle forze armate libanesi, in occasione del 67° anniversario della loro fondazione, aveva affermato che "qualunque sia la situazione in Siria, le forze armate libanesi sono sempre pronte ad assolvere il proprio compito e ad assumersi le proprie responsabilità nazionali in conformità con le decisioni prese dal potere politico, allo scopo di limitare le ripercussioni della situazione siriana sul Libano, per proteggere le popolazioni delle aree di frontiera ed evitare l'estensione del conflitto all'interno del territorio libanese". A tale scopo, ha aggiunto il generale Kahwaji, "l'esercito impedirà che il Libano si trasformi in un campo di battaglia dove si affronterebbero le fazioni siriane o le potenze regionali": le forze armate libanesi quindi, "non permetteranno che si crei una zona tampone senza controllo da parte dello Stato e agirà efficacemente secondo piani adattati alle condizioni sul terreno".
Una frammentazione del Libano in un'area settentrionale imperniata su Tripoli, sotto il crescente controllo delle milizie salafite finanziate dall'Arabia Saudita e dai paesi del Golfo, quale retrovia logistica e militare delle fazioni siriane anti-Assad, da una parte, e dall'altra, un'area centro-meridionale dove la maggiore forza politico-militare rimane Hezbollah, seriamente minacciata da una eventuale caduta del regime di Assad, rimane l'incubo dei politici libanesi e sicuramente non dovrebbe lasciare tranquille nemmeno le diplomazie europee.
In questo quadro, si possono intuire le ragioni che hanno spinto a recarsi in Libano il presidente del supremo consiglio di sicurezza dell'Iran, nonché principale negoziatore sulla questione del nucleare iraniano, Saeed Jalili, per una serie di incontri con le maggiori autorità libanesi: il presidente Michel Suleiman, il primo ministro Najib Mikati, il ministro degli esteri Adnan Mansour, il portavoce del parlamento libanese Nabih Berri e, probabilmente, Hassan Nasrallah, capo di Hezbollah.
Jalili ha dichiarato giungendo in Libano che l'Iran "ha un particolare rispetto per il Libano perché rappresenta il simbolo della resistenza [a Israele] e perché è divenuto un punto chiave per la sicurezza e la stabilità della regione". Ha poi aggiunto che "i nemici di questa regione" non vogliono che la comunità islamica viva in sicurezza e stabilità e che per questo occorre avere piena consapevolezza di questi pericoli e saggezza nell'affrontarli.
La partita diplomatica finale per evitare un'internazionalizzazione della crisi siriana è quindi giunta alla sua fase decisiva e, come sostengono alcuni analisti israeliani, le prossime dodici settimane saranno davvero cruciali per il futuro di tutto il Medio Oriente.
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